Dall’oscurità della fuga alla luce della presenzaDomenica di Pasqua A

L'omelia analizza il passaggio dall'oscurità del sepolcro allo stupore della fede, offrendo una riflessione teologica e pastorale sul senso di colpa e sulla fuga.


SERGIO ROTASPERTI

Immaginiamo, per un istante, di aver vissuto un dolore immenso. Ma non un dolore “pulito”: immaginiamo il tormento di chi sa di non essere stato vicino alla persona amata nel momento del bisogno. Peggio ancora: immaginiamo di essere scappati proprio quando quella persona aveva più bisogno di noi.

Siamo fuggiti per paura, lasciandola sola a morire.

È con questo peso sul cuore che ci rechiamo alla tomba. Ci andiamo per un ultimo addio, forse per cercare di placare un senso di colpa che ci divora. E ci andiamo accanto a chi, invece, ha avuto il coraggio di restare fino alla fine, con dedizione e sopportazione.

Proprio così fu quel mattino. Pietro aveva lasciato Gesù solo a morire, Maria di Magdala e Giovanni invece erano rimasti lì sotto la croce. Il Vangelo ci dice che «era ancora buio». Ma non era solo un dato cronologico. Era un buio simbolico: il buio che racchiude ogni dolore, ogni nostra meschinità, ogni nostra oscurità interiore. La cecità dell’uomo che pensa che tutto sia finito nel peggiore dei modi.

Il dinamismo della speranza

La scena che ci racconta Giovanni è incredibilmente dinamica. È un movimento frenetico per andare incontro a un assente. C’è una corsa verso un vuoto che però scuote le fondamenta della realtà: la pietra è rimossa, il sepolcro è spalancato.

Gesù c’è, ma non viene visto. Oppure, se si fa incontro, non viene riconosciuto. Tutto si svolge ancora in quel buio “pregnante”, dove la fede deve ancora farsi strada tra le lacrime e la confusione.

Vedere oltre i segni

Poi, Giovanni entra. Ed ecco il paradosso: Giovanni non vede Gesù Risorto in carne e ossa. Vede solo i segni della sepoltura e della morte: le bende a terra, il sudario piegato.

Ma è proprio qui che accade il miracolo: Giovanni vide e credette. Quei simboli di morte lo portano a capire che Gesù non era un impostore. Ricorda le sue parole, i suoi gesti, le guarigioni, le Scritture che parlavano di Lui. Capisce che Lui è la vita e che li stava aspettando oltre la soglia della morte. Giovanni non vede il corpo, ma crede alle parola del Maestro, crede nella Parola. E questo gli basta.

Dalla fuga all’incontro

Fratelli, sorelle, quel mattino non è un ricordo lontano: è una novità dirompente che ci raggiunge qui, oggi. Colui che sembrava l’Assente è diventato la Presenza che non ci abbandona mai.

Cosa ci chiede, allora, la Pasqua? Ci chiede lo stesso coraggio di Giovanni: il coraggio di entrare: entrare nelle nostre oscurità, entrare nei nostri sepolcri — fatti di fallimenti, fughe e sensi di colpa — per rileggerli alla luce della Sua Parola.

La pietra non è stata ribaltata per far uscire Lui, ma per far entrare noi in una vita nuova.

Oggi siamo invitati a passare dalla cecità allo stupore. Perché anche se noi siamo fuggiti, Lui è rimasto. E se noi lo abbiamo lasciato solo nella morte, Lui non lascerà mai soli noi nella vita. Cristo è Risorto!