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Agorà

L'arte della comunicazione

Imparare ad ascoltare

di AUGUSTO FUMAGALLI

Quando si accede a Facebook ci si imbatte inevitabilmente in una grande distesa di parole, di affermazioni e discussioni che spesso cercano o di provocare l’altro o di porre se stessi sulla difensiva, assumendo come valore principale quello tipico del self made man.

Recentemente mi è capitato di guardare una diretta dal Senato ed ho constatato la fatica generalizzata ad ascoltare l’avversario politico: non appena tenta di prendere la parola si solleva un’orda di fischi ed offese implacabile.

Stando seduto al bar, luogo dove le discussioni e i confronti si intavolano da sé, mi è capitato di essere interrogato su tale o tal altro tema, ma di essere poi impossibilitato a rispondere, perché il mio interlocutore alzava la voce non concedendomi nemmeno un instante per poter rispondere.

Da queste osservazioni ho iniziato ad interrogarmi sulla capacità di ascoltare: che fine ha fatto oggi? Noi del terzo millennio, abituati ad essere in contatto anche con chi vive oltre oceano, siamo ancora capaci di ascoltare chi ci vive accanto?

A questo riguardo mi sono venuti in mente quattro brani che di seguito cercherò di commentare.

«Preoccupati più di imparare che di insegnare»

Con questa frase inizia il poema di Abelardo, autore medievale,  dedicato al figlio, in cui il grande maestro si preoccupa di tracciare “poche note per suo [ndr di Astrolabio] insegnamento”. Notoriamente dotato di un carattere non facile, il docente parigino sapeva tener testa e confutare, se necessario, i propri maestri; eppure il primo consiglio che dona al proprio figlio è quello di non voler raggiungere subito la cattedra del maestro, ma piuttosto di sostare più a lungo nel banchetto del discepolo. La caratteristica principale di quest’ultimo è la capacità di ascoltare: egli se ne sta al suo posto, in ascolto di ciò che gli viene consegnato dal docente e pronto a fare domande che possano chiarire eventuali dubbi. Se l’alunno pretendesse di sostituirsi all’insegnante e non si mettesse nella disposizione di ascolto, non potrebbe mai imparare nulla, continuerebbe a gloriarsi delle proprie sterili conoscenze, ma rimarrebbe privo della capacità di dialogo e confronto, vera via per giungere alla saggezza.

L’atteggiamento di ascolto non esclude però la capacità di riflessione personale, di discernimento su ciò che ci viene consegnato. Abelardo ricorda infatti al figlio che si deve porre attenzione al contenuto di ciò che viene detto e non a colui che parla; anche Agostino nei propri Confessionum libri tredecim, narrrando sia del proprio ruolo di retore, sia degli insegnamenti impartiti dai Manichei, ha cura di denunciare l’inconsistenza e la ventosità di tali discorsi. Purtroppo oggi, in una società in cui ascoltare l’altro è diventato qualcosa di realmente difficile e a cui non siamo più educati, si cade spesso nel rischio opposto e dal quale mettono in guardia anche i due autori citati: credere per vero a tutto ciò che sentiamo o leggiamo, in particolare sui mass media o sui social. La crisi dell’ascolto, ridotto ormai ad un mero sentire, porta inevitabilmente a cedere al difetto contrario di prendere per vero tutto ciò che determinate personalità affermano, in particolare quando quel che viene detto va a rinforzare i nostri preconcetti.

«Ascolta, o figlio, i precetti del maestro e piega l’orecchio del tuo cuore»

Così san Benedetto apre il Prologo della sua Regola, ricordando al monaco che la prima facoltà da affinare è quella dell’ascolto. Noi, generalmente, quando pensiamo al monaco pensiamo alle miniature, alle paludi bonificate, alle grandi abbazie costruite, alla birra… in realtà la dimensione del monaco è un’altra e si colloca nella prospettiva del “nihil amori Christi praeponere”. Ma come è possibile liberarsi da tutti gli ostacoli che frapponiamo tra noi stessi e Cristo? Benedetto ricorda che il primo gradino di questa grande scala, che chiama “dell’umiltà”, è l’obbedienza, ossia l’ascolto di un maestro, cioè di chi ha già percorso una parte del cammino che il novizio si prefigge. Non siamo più al livello intellettuale di Abelardo, il patriarca ci conduce qui su un livello più profondo, quello del cuore. Benedetto afferma che è l’orecchio del cuore che si deve piegare: non basta sentire con le orecchie fisiche, è il cuore che deve mettersi in gioco!

Oggi le nostre orecchie sono bombardate da suoni, rumori, parole e siccome non siamo sazi di tutti i rumori che vengono dall’esterno, molte volte siamo noi che riempiamo anche quei brevissimi momenti di silenzio con la musica a palla nelle cuffie. Spesso il motivo per cui, soprattutto i giovani, corriamo alla ricerca di suoni che riempiano le nostre orecchie è, paradossalmente, la paura di ascoltare il silenzio, perché è nel silenzio che possiamo ascoltare noi stessi e gli altri nella verità delle persone.

Il monastero è un luogo la cui caratteristica principale è il silenzio, eppure la prima parola della Regola di Benedetto è il verbo “ascoltare” e non c’è persona più capace di ascolto che un monaco santo. Donde viene questa (apparente) contraddizione? È solo nel silenzio che si può verificare la realtà dell’ascolto; è solo nel silenzio che io sarò capace di affinare le orecchie del mio cuore, che saprò ascoltare me stesso, le mie gioie, i miei dolori, le mie ansie, la mia angoscia… ma tutto questo ci spaventa, inutile negarlo. È meglio allora irrigidire il nostro cuore, risolvere il nostro horror vacui esistenziale, sperimentabile nel silenzio, con tutti i suoni possibili, e renderci non più capaci di ascolto, né di noi stessi, né degli altri.

Ci conforta una promessa però: «vi darò un cuore nuovo […] toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne», e saremo di nuovo resi capaci di ascoltare e di aprirci all’ascolto dell’altro, di metterci in giorno invece che starcene arroccati sulle nostre convinzioni… solo nel silenzio possiamo udire il nostro grido esistenziale, solo nel silenzio possiamo accogliere il grido di chi ci sta accanto, solo nel reciproco ascolto possiamo sanare il nostro cuore.

«Concedi al tuo servo un cuore docile»

Quando Dio appare in sogno a Salomone, da poco re di Israele, offrendogli la disponibilità di assecondare ogni sua richiesta, il figlio di Davide formula proprio questa domanda: un cuore docile.

La richiesta di Salomone è dunque quella di un cuore che sia un cuore vivo, di carne e non di pietra; un cuore che sia malleabile, che sia plasmabile, che non si irrigidisca nella propria sordità, ma sappia invece aprirsi alla freschezza e alla novità dell’ascolto.

Molte volte il nostro ascolto è malato: ascoltiamo solo per cogliere l’altro in fallo, o per sapere cosa rispondere, in sostanza per usare l’altro come scala su cui salire per mostrare il nostro ego. Possedere un cuore docile invece significa saper ascoltare l’altro per quello che è, ascoltarlo senza altri fini, ascoltarlo per amore suo. Questa è la vera saggezza e la vera intelligenza, la capacità di intus-legere, ossia di “leggere dentro”.

Chi possiede un cuore docile sa abitare il silenzio, sa ascoltare in maniera libera e vera, sa cogliere la vita nella sua interezza, perché solo chi ha un cuore di carne può vivere, mentre non lo può chi ha un cuore di pietra. Chi soffre di rigidità sarà sempre più incapace di ascolto; chi sa mettersi in gioco, chi non vuole giungere a tutti i costi sulla cattedra del maestro, ma al contrario sa stare accanto agli altri, imparerà ad ascoltare non solo gli altri, ma anche se stesso.

«Il saggio ascolti e accrescerà il sapere»

Nell’incipit del libro dei Proverbi di Salomone viene rivelato l’ingrediente principale per acquisire la sapienza: ascoltare. Guardandoci attorno, possiamo accorgerci della moltitudine di persone che si reputa “sapiente”; l’era digitale ha portato nella società la convinzione che, grazie ad internet, possiamo diventare esperti in ogni campo – “Tutti tuttologi col web” recita la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2017 -. Ma che cosa significa “sapienza”?

Il termine latino “sapiens”, da cui deriva l’italiano “sapiente”, è il participio presente del verbo sapio che significa “aver sapore, avere il senso del gusto”. Il sapiente non è semplicemente colui che sa tante cose, colui che accumula nozioni su nozioni e conoscenze su conoscenze; costui può essere dotto, saggio… ma manca un passaggio fondamentale.

Il sapiente è colui che sa tante cose, verissimo, ma di queste cose scende in profondità, non si accontenta di stare in superficie, mette a frutto l’intelligenza che, come già abbiamo detto, è la capacita di leggere dentro la realtà. Solo se andiamo al cuore delle cose, del mondo, degli altri, possiamo coglierne il vero logos nascosto e quindi averne una reale conoscenza; solo grazie allo sforzo di non accontentarsi di una conoscenza estrinseca, possiamo giungere a cogliere il vero sapore della realtà, ad assaporarne il gusto.

Ma per poter fare tutto questo, per poter cogliere il vero gusto della realtà, è necessario imparare ad ascoltare: liberare le nostre orecchie dai rumori assordanti cui le sottoponiamo; lasciare che la pietra del nostro cuore si spezzi e lasci spazio alla docilità del cuore di carne; accogliere e abitare il silenzio che racchiudiamo dentro di noi. È necessario imparare ad abitare presso noi stessi, essere fondati nella propria interiorità (che condividiamo sempre con un’Alterità che ci trascende), e al contempo ad uscire da noi stessi, incontro all’altro, per porci in ascolto di lui. Questo ci porterà non solo a scoprire il gusto di tutto ciò che ci circonda, ma anche e soprattutto ad avere gusto, a dare sapore alla nostra vita… Ma solo l’ascolto, che passa necessariamente attraverso il silenzio ed il tacere, può fare questo.