Comunità Italiana Freiburg |

Agorà

Imparare dalla pandemia

L’amore che si svuota

di AUGUSTO FUMAGALLI

Soldi, successo, gloria, fama, guerra, odio. La lista potrebbe essere molto più lunga, ma credo possano bastare questi elementi ad indicare alcuni dei fini che gli uomini, tutti gli uomini, perseguono nella propria vita e nelle proprie relazioni. C’è una sorta di delirio di onnipotenza che caratterizza ogni uomo: da Adamo in poi essere come Dio è la più grande aspirazione di ciascuno, consciamente o inconsciamente. È il desiderio di riempire il proprio ego, di sentirsi importanti, di contare, di potersi autogestire, è il mito del self-made-man, di colui che domina e sfrutta l’altro.

Il monito del “virus”

Poi arriva un virus, “è bastato il più piccolo e informe elemento della natura – commenta p. Raniero Cantalamessa – a ricordarci che noi siamo mortali”. Ecco ciò che ci ha svelato la pandemia: la nostra fragilità. Una fragilità a lungo nascosta, che l’uomo, illudendosi di poter fare tutto da sè senza bisogno di alcun altro, pensava di aver eliminato. Il virus, in mezzo al dolore e alla morte che semina, ci offre anche un’occasione (ecco ancora una volta tornare il bivio di Kronos e Kairos[1]): imparare, definitivamente, che siamo fragili; abbandonare l’orgoglio di chi crede di bastare a se stesso; impegnarsi per costruire un mondo più umano.

Il virus ci fa toccare la fragilità del nostro corpo; la quarantena ci costringe a rispettare la fragilità altrui; il tutto ha inferto ferite alla nostra quotidianità e alle nostre attività. C’è in atto un generale ristabilimento dell’ordine gerarchico: tra i nostri impegni, tra le nostre pretese, tra le nostre idee, all’interno della nostra egotica pretesa di bastare a noi stessi.

Temere il vuoto e il pieno

Tastiamo il vuoto che la morte semina e al contempo vediamo come essa provochi la saturazione dei sepolcri. Temiamo il vuoto, ma in questa occasione temiamo anche il pieno. Per molto tempo l’uomo ha pensato a riempirsi di potere, di possibilità di fare e decidere autonomamente; il vuoto ha fatto paura, perché spesso lo si è associato all’impotenza. Ora l’uomo è costretto da un virus, qualcosa che nella sua piccolezza risulta molto più potente del grande uomo. La natura fornisce la lezione: non sempre ciò che è più piccolo, apparentemente più fragile, è più debole. Ricorda le parole che un tale disse a riguardo del granello di senapa che, più piccolo tra tutti i semi, quando cresce permette agli uccelli di posarsi sui propri rami.

È il trionfo della piccolezza e della fragilità, è la rivincita del vuoto sul pieno: devo “svuotare” il terreno, per deporvi il seme; devo svuotare la mia quotidianità per preservare me e gli altri dal virus; devo svuotare la mia assordante pienezza di me stesso, per ritrovarmi nella verità della mia essenza di “zoon politikon – animale sociale”, come insegna Aristotele.

Dio ha svuotato se stesso

L’insegnamento più alto ci è venuto duemila anni orsono: solo perché Dio ha svuotato se stesso, allora poté svuotare il sepolcro, proprio e di tutti coloro che, come lui, hanno scelto la via della povertà: non tanto quella materiale, ma quella spirituale, della mente e del cuore, che è spostare il proprio baricentro da sé agli altri.

Kierkegaard, ne La malattia mortale, descrive il credente come un trionfatore, che non ha bisogno di fare l’apologia della propria fede, così come un amato non deve fare l’apologia del proprio amore. Qual è questo trionfo di cui il filosofo danese fregia il cristiano? È il trionfo del vuoto, di chi si è svuotato di sé per far posto all’Altro e agli altri. In conclusione è il trionfo del vuoto per amore.

BUONA PASQUA, BUONA FESTA DEL SEPOLCRO VUOTO!

[1]  Vedi: Per un anno migliore