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Standpunkt

La preghiera nel tempo della prova

Pregare. O Essere preghiera?

di MONICA CANTIANI

Rosari. Novene. Dedicazioni. Suppliche. Vescovi che salgono sui campanili. Preti che portano in giro statue di madonne.

E’ uno scenario cupo e difficile quello in cui stiamo vivendo. Precario. In cui è d’obbligo vivere alla giornata, vivere di numeri e bollettini, senza avere certezze o possibilità di previsioni attendibili, senza poter esercitare il controllo e l’autorità su noi stessi, costretti a vivere secondo dettami imposti da altri o da altro.

Un tempo in cui non solo si muore, ma si muore soli. In cui chi resta resterà con un dolore in più: non aver accompagnato, non aver salutato, non aver ritualizzato nemmeno l’ultimo saluto.

Che cosa apprendiamo da questo tempo?

Questo tempo lascerà strascichi importanti. Non so se sapremo farne tesoro, cambiare qualcosa o tutto del nostro modo di abitare il creato e di relazionarci con lo spazio e il tempo che ci è dato di vivere. Tuttavia questa lunga reclusione e queste solitudini di vita e di morte lasceranno ferite, riflessioni, paure, e spero anche gioia, stupore, meraviglia, considerazione che non tutto è scontato, neanche il prendersi per mano, farsi un sorriso senza mascherine, abbracciare perfino i propri cari. Respirare.

A cosa siamo chiamati oggi noi che ci diciamo cristiani?

Sta girando in rete in questi giorni un video realizzato da un giovane sacerdote, insegnante di religione, su cosa voglia dire pregare o meglio a cosa serva la preghiera. Lo prendo come spunto della nostra riflessione. Buona verve, simpatia, coinvolgimento. Quello che dice tuttavia? Mi soffermo su questo perché è emblematico (paradigmatico) di quello che vorrei sottolineare. Due cose soprattutto: anche quando vorremmo dire cose diverse dalle solite o dare interpretazioni diverse da quelle consuete se lo diciamo con le stesse parole o gli stessi argomenti di prima non saremo mai capiti davvero, non arriveremo mai all’obiettivo (vi ricordate vino nuovo negli otri vecchi?). Seconda cosa: anche se cambiamo metodo comunicativo e riusciamo – nel caso del video in oggetto – a creare un canale che si fa ascoltare anche da chi è più difficile raggiungere (in questo caso i giovani) ma diciamo cose vecchie cosa abbiamo cambiato?

Pregare non è dire preghiere

Pregare non è dire preghiere. Ok. Pregare è stabilire una relazione con Dio. Dipende. La relazione è a due direzioni: se tu ti riempi di parole dette a Lui come fai ad ascoltarlo? La preghiera non serve a cambiare il mondo, non scenderà dal cielo una schiera di angeli a guarirci dalle malattie (evviva) serve a cambiare te stesso, il modo in cui vivi e guardi il mondo. Quindi più preghiera più cambiamento. MA DAI! Come si fa a dare consigli magici di questo tipo? E quando non avviene la magia? O Dio non esiste o sono sbagliato io. Complimenti. L’avrete sperimentato anche voi che quello che cambia veramente è l’incontro personale con Gesù. E’ sperimentare su se stessi di essere amato senza se e senza ma. Perché esisti e non perché fai. Non ci sono prestazioni da raggiungere, meriti d’acquisire facendo. E dire – specialmente ai giovani – che essere amati, quindi poter cambiare, avviene perché fai delle cose, fosse pure pregare, è una menzogna. E’ falso e fuorviante. Risponde sempre alla stessa logica del popolo suddito, quindi in relazione con Dio da bambino a Padre e non da adulto ad adulto – anche se Padre –. E’ mercanteggiante, se fai ottieni. E non sei già amato, sei già sacerdote santo e profeta, sei già salvo: trova tutto questo nel divino che è in te e vivi da risorto, già nel qui e ora. Allora sì che vedrai e abiterai il mondo in modo diverso. Allora sì che attraverso di te potrà arrivare un cambiamento tale da debellare ingiustizie, disuguaglianze, dis-equità, sfruttamenti, distruzioni del creato. Paolo Scquizzato sostiene che “ la preghiera è un aprirsi, per essere, per crescere. E’ la possibilità di prendere coscienza della nostra vera statura, dell’essere veramente chi siamo.” E ancora “Gesù, immagine di Dio, non è venuto a modificare il naturale corso delle cose. Credere in Gesù non ci preserva dalla malattia, dai virus e dalla stessa morte biologica. Dio non può intervenire nella natura, ma può farci entrare in contatto con l’energia del suo amore. Se entriamo in contatto con la vita, che è Dio dentro di noi, la nostra vita sarà qualitativamente diversa. Gesù non modifica la quantità della mia vita ma la qualità.”

Continua il sacerdote: quindi tutte queste preghiere in giro che sentite, rosari, novene, suppliche, in realtà servono per cambiare noi stessi. Peccato che in tutte queste cosiddette preghiere si continua a chiedere liberaci Signore dalla pandemia, togli questo male che ci uccide, ecc.. Quindi?

La preghiera di Gesù nel Gestemani

L’osservazione che viene fatta a questo punto dai più è: ma anche Gesù ha pregato “Padre allontana da me questo calice”. Ok. Tuttavia ci dobbiamo decidere su come considerare questo passo. A volte lo usiamo per dire vedi anche Gesù era fragile, aveva dubbi, tentennava, in fondo era anche uomo (ancora non abbiamo capito che più si è umani, più il cammino di umanizzazione si fa profondo in noi e più ci avviciniamo al divino? Immagine e somiglianza..) oppure lo usiamo a supporto della preghiera di liberazione.

Ma da quale calice chiede di essere allontanato Gesù? Forse dal dovere che sente verso il suo compito, dal non averlo accolto come donazione di se’ ma solo come compimento di volere altrui. Forse dalla consapevolezza di essere solo (tutti dormono o sono lontani) e quindi debole e incerto sull’amore come dono e come totale riempimento di senso. Forse tutto insieme. Non può essere la richiesta di cambiare la storia o la natura – cosa che dovrebbe fare il Dio a cui si chiede di liberarci dal male incombente – da parte di chi come Gesù è entrato così in relazione con lo Spirito da dire che solo la sua trasformazione in Amato può innescare processi di cambiamento nel prossimo e quindi nel mondo.

Ma anche Gesù ha fatto miracoli! “Questa generazione è una generazione malvagia: essa cerca un segno ma…” Lo ricordiamo? Luca 11,29. Siamo noi ad aver bisogno di segni miracolosi altrimenti non crediamo. In realtà i veri miracoli, che accadono continuamente, sono quelli che scaturiscono dalla nostra interiorità, dal credere profondamente al divino che è in noi. CREDI TU? Allora alzati e cammina. Pietro alla porta Bella fa lo stesso miracolo: “quello che ho te lo do” : credere nella forza dell’amore che è in me ed in te anche se non lo sai quindi “alzati e cammina”. Il gesto miracoloso è comunicare la forza straordinaria di questo amore e porgerti la mano per sostenere il tuo riconoscimento. Se noi guardassimo le nostre vite attraverso questo filtro troveremmo tanti piccoli miracoli di questo genere e forse anche quello che ci ha veramente salvato.

I miracoli nella vita

Permettetemi un racconto personale. Dieci anni fa è morto mio marito. Giovane. Otto mesi di malattia. Uno tsunami. Un amore nato a 14 anni, mai finito, cresciuto, non idilliaco, non romantico, fatto di quotidianità e quindi anche di dissidi e fatiche, tuttavia completo, totale, sotto il segno di un Regno da realizzare. Dio non l’ha guarito. Quindi? Dio non esiste? O io non avevo la giusta fede? Davvero crediamo ad un Padre che è Misericordia e Amore e interviene così? Eppure un miracolo c’è stato. Potente. Dirompente. Io ho ricominciato a vivere. E vivo felice. Sono felice e innamorata dello Spirito e di mio marito come non mai. E questo mi ha salvato. L’amore salva. Non altro.

Torniamo ai nostri ragionamenti. C’è un altro pezzo della preghiera “ ma sia fatta la tua volontà”. Anche qui varie interpretazioni: da parte mia tutte terrificanti. Accogliere la volontà di Dio su di noi. Dio ha un disegno per ognuno di noi che è comunque volto al nostro bene. DAVVERO? Quindi, scusate se torno all’esempio personale, io dovrei credere che il disegno di Dio su di me era far morire mio marito perché così io capissi l’Amore? Oppure che Dio manda la Pandemia così forse finalmente cambiamo la nostra economia? Quindi Lui la manda, noi dopo un po’ di morti lo preghiamo di liberarcene, tramite rosari e novene non per conversione dei cuori, Lui ci ripensa e ce ne libera?

Allora di quale volontà parliamo?

Immaginiamo: Gesù è solo, nel silenzio (era notte) in intima comunione con lo Spirito che è dentro di lui. Sente che tutto quello che è stato il suo cammino fino a quel momento lo ha portato lì. Che dentro di lui c’è una forza data dal suo stesso amore per Dio e per il prossimo, i suoi fratelli, i suoi amici, il suo popolo, che lo sta sostenendo e spingendo in quello che pensa, che fa e che dice. Coerenza da Figli di Dio. Che quella forza nasce da una relazione con lo Spirito come mai la poteva immaginare: così forte da fargli fare cose impossibili agli occhi del mondo. Di quel mondo che lo vuole morto, che lo lascia solo, che lo condanna. Una forza che parte dalla consapevolezza di essere l’Amato, come tutti noi, che lui ha accolto, alla quale ha fatto spazio, alla quale ha dato la possibilità di farsi Parola, di fondersi con se stesso, di farlo diventare Preghiera. Per gli altri. Per noi. Quella forza che è diventata se stesso, la sua propria volontà. Eppure è difficile. Rende soli. Rende diversi. Rende esclusi. Ci fa morire al mondo. Va bene. Ok. Facciamolo. Padre, Spirito che sei in me, che brilli in me e che sei carne della mia carne e sangue del mio sangue, eseguiamo questa volontà che è la nostra, data dall’unicità della relazione tra me e te, alla quale il nostro nuovo noi non riesce ad opporsi. Sarà difficile. Fino alla fine potrò sentirmi solo (Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?) ma io credo in te, nel tuo amore e questo mi salverà.

Questa è la volontà in cui credo. Nasce sempre da una relazione. Nella quale siamo Lui ed io uno di fronte all’altro, in modo unico ed irripetibile, come unici e irripetibili siamo ciascuno di noi. Dove la disuguaglianza, quella vera, è data dall’amore che ci scambiamo. Il Suo incondizionato e totale, il mio in cammino quindi fatto di salite e di discese, di cadute e di rialzate, di soste e di riprese.

Domanda iniziale: a cosa siamo chiamati oggi noi che ci diciamo cristiani?

A pregare con suppliche e rosari o a diventare preghiera come Gesù era nella sua relazione con lo Spirito e con i fratelli? Chi può diventare cambiamento nel mondo e quindi innescare processi trasformativi di amore? L’intercessione della Madonna o la nostra personale ed intima relazione con Dio e con l’Amore? Non può essere l’uno e l’altro, badate bene, perché c’è una scelta da fare. O essere sudditi o essere co-creatori, coeredi, concittadini dei santi. O essere oggetti di disegni altrui o soggetti di amore infinitamente ricevuto e infinitamente dato.

O pensare che si cambia, si guarisce, per magia o essere consapevoli che è solo l’amore che cambia il mondo, le nostre vite, la morte. “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6)