Comunità Italiana Freiburg |

Agorà

La filosofia legge Tintoretto

Tu sarai madre

di AUGUSTO FUMAGALLI

Già in un precedente articolo (1), avevo voluto prendere le mosse dall’Annunciazione del Doge Grimani(1582-1587), del Tintoretto, per parlare della necessità di saper vivere la propria quotidianità e in essa scoprirvi l’accadere dell’impensato. Vorrei ripartire da questo capolavoro artistico per una “rivisitazione filosofica” dell’Annunciazione, che ci occuperà per tre articoli.

In quest’opera, l’angelo Gabriele è entrato spalancando un’anta della finestra, addirittura rompendo il chiavistello.
Maria è colta nelle sue quotidiane occupazioni domestiche e ciò viene rimandato dalla presenza, per esempio, di una cesta contenente dei panni, di un gomitolo che la veemenza del volo dell’angelo ha fatto cadere a terra, del cuscino da ricamo tipico delle donne veneziane, di un libro aperto sopra l’inginocchiatoio.
Dentro la routine di questi impegni, un incontro inaspettato eppure preparato, una Parola che si incarna ora, ma che era già conosciuta scritta proprio su quel Libro aperto. Un racconto che narra di antichi patriarchi, di guerre e migrazioni, di donne coraggiose che seppero affrontare i terribili nemici del popolo di Abramo, di nazirei e profeti; la narrazione di una saggezza che nasce dalla vita e dell’incontro con un Infinito che si rende presente nella forma della cura; il racconto di un’attesa.

Quotidianità scardinata

Una quotidianità scardinata, proprio come la finestra, un annuncio che rivela alla donna ritratta quella che sarà la sua storia e la colloca all’interno di quel racconto stesso, che è quel Libro rappresentato aperto: “tu sarai madre”.
Le mani della fanciulla esprimono un dubbio: io? come? Domande che esigono una risposta che sta al di là dell’esperienza generale, risposta fatta di parole altre, non comuni e non scontate. Domande che ottengono una soluzione, una parola-altra e che rimanda ad un altro: “anche Elisabetta”. Il primo gradino che questa donna deve compiere per giungere a se stessa, quindi ad essere madre, è quello di prendersi cura di Elisabetta, incinta nonostante l’età avanzata. La risposta al “come” di Maria risiede nell’invito a farsi carico della parente, un invito alla responsabilità nei confronti dell’altra.

il cammino dell’alterità

Il cammino verso la maternità inizia con uno sbilanciamento verso l’alterità, per il tramite di un’altra alterità che le annuncia la responsabilità, il comando imposto della cura dell’altro. Maria può diventare protagonista di quel racconto che stava “leggendo”, solo perché si è fatta responsabile di Elisabetta, mostrando un totale decentramento da sé. Avrebbe potuto obiettare che ora pure lei si trovava incinta, ma così facendo la sua maternità sarebbe iniziata con un atto di irresponsabilità, un rifiuto dell’alterità. Il bisogno, umanamente comprensibile, di questa ragazza di comprendere il proprio essere, la propria esistenza, viene continuamente rilanciato all’esterno di sé: il desiderio di afferrare il proprio presente, il proprio futuro, la propria storia si spezza per lasciare spazio ad un’alterità che continuamente rilancia fuori da sé e al contempo riconduce dentro di sé. Maria si scopre madre uscendo da sé, aprendosi alla novità: quella di un annuncio che scardina la finestra, di una maternità – quella di Elisabetta – che vince sull’età.

La giovane si alza in fretta, corre dalla parente e qui riceve la prima conferma della sua gravidanza: “benedetto il frutto del grembo”. Dalla responsabilità verso Elisabetta, Maria ottiene non solo la certezza della propria gravidanza, del proprio essere introdotta nel racconto di quel Libro sull’inginocchiatoio; ella impara anche quel decentramento essenziale che la fa essere madre, madre responsabile anche di un figlio non suo: “donna, ecco tuo figlio”.