Chiamati alla libertà e inviati come operai della messeFesta del Corpus Domini

Dio ci desidera liberi e si prenda cura delle nostre stanchezze sollevandoci "su ali di aquile" per condurci a Sé. Dinanzi allo smarrimento di un mondo che vive come se Dio non esistesse, Gesù invita i suoi discepoli a farsi operai di una messe abbondante, traducendo il Vangelo in gesti quotidiani di consolazione e vicinanza.


SERGIO ROTASPERTI

Le letture della 11 domenica del tempo ordinario A ci ricordano che ciascuno di noi, e tutti noi insieme come comunità, custodiamo una vocazione e una missione precise da realizzare. Mi sembra particolarmente significativo meditare su questa Parola alla luce della elezione del nostro nuovo Consiglio pastorale, una realtà chiamata proprio ad aiutarci a camminare insieme per dare forma concreta a questa comune chiamata.

Abbiamo ascoltato l’inizio del capitolo 19 del libro dell’Esodo. Questa sezione, che si estende fino al capitolo 24, costituisce il cuore pulsante dell’intero testo, poiché custodisce il racconto dell’Alleanza e del legame profondo e indissolubile tra Dio e il popolo d’Israele. All’origine di questa storia vi è anzitutto un cammino verso la libertà, splendidamente riassunto dalle parole del Signore: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me».

Dio, prima di ogni altra cosa, ci desidera liberi; siamo un popolo chiamato alla libertà. La Scrittura utilizza l’immagine suggestiva dell’aquila, un simbolo che richiama ciò che accade realmente in natura: quando gli aquilotti sono esausti e non riescono più a sostenere il volo, la madre si distende sotto di loro, li raccoglie sulle proprie ali e vola insieme a loro. Allo stesso modo, Dio si china sulle nostre stanchezze, ci solleva e si prende cura di noi. È pur vero che il popolo d’Israele si trova a camminare attraverso il deserto — un luogo impervio e inaspettato —, ma la vera meta del viaggio non è semplicemente una terra geografica, la Terra Promessa, bensì Dio stesso: «…e vi ho fatti venire fino a me». È Lui il nostro traguardo, la nostra vera Terra Promessa.

Se, dunque, siamo persone libere, custodite da un Dio che si prende cura di noi come un’aquila con i suoi piccoli, è verso di Lui che dobbiamo orientare il nostro sguardo: Egli è l’orizzonte e la meta per cui viviamo, il punto fermo verso cui la nostra intera esistenza converge. Questa è la nostra vocazione, la nostra chiamata? Ne siamo consapevoli?

Nel Vangelo, tuttavia, emerge una ferita profonda: molte persone, ignorano questa straordinaria verità o vivono come se Dio non esistesse. È dinanzi a questo smarrimento che Gesù, provando profonda compassione per le folle stanche e sfinite come pecore senza pastore, esclama: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!». Facciamo un esempio: guardiamo l’oggi della nostra comunità italiana. Sì, siamo pochi se consideriamo la vastità delle nostre comunità e dei territori in cui viviamo; e siamo pochi anche all’interno della nostra comunità come operai disposti a spendersi e impegnarsi. Nonostante la nostra esiguità, Gesù ci rivolge un mandato chiaro e urgente: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Questo mandato si articola in cinque gesti profetici che siamo chiamati a incarnare nel nostro quotidiano:

  • A) Il regno dei cieli è vicino: significa annunciare, con la vita prima che con le parole, che Dio è presente, intimo e attivo in ogni singolo evento della nostra storia.
  • B) Guarite gli infermi: siamo esortati a far sì che i nostri linguaggi, le nostre relazioni e i nostri gesti quotidiani diventino uno strumento di consolazione, capaci di lenire le ferite del prossimo e di portare guarigione spirituale.
  • C) Risuscitate i morti: nel pregare affinché i nostri defunti godano della pienezza della vita in Dio, siamo invitati a farci promotori di speranza e di risurrezione, offrendo e alimentando la vita in ogni situazione di morte interiore o di disperazione.
  • D) Purificate i lebbrosi: significa impegnarsi concretamente per abbattere le barriere dell’emarginazione, rendendo le persone nuovamente capaci di integrarsi nella società e accompagnandole con calore e fraternità verso la comunità ecclesiale.
  • E) Scacciate i demoni: significa operare attivamente affinché nei nostri ambienti non trovino spazio le divisioni, la violenza, l’arroganza, la sopraffazione o il terrorismo psicologico e verbale. Invochiamo questo dono dal Padre non solo per custodire la pace nelle nostre case, ma per seminarla nel mondo intero.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Proviamo a interrogarci sinceramente: che cosa ho ricevuto da Dio e dalla vita? Riscoprendo i tanti doni ricevuti, impariamo a condividere e a donare nel tempo tutto ciò che di bello ci è stato dato. È proprio in questa generosità che rispondiamo autenticamente alla nostra vocazione e realizziamo, insieme, la nostra missione in un mondo ferito e diviso.