Dallo shock della croce allo stupore della gloriaII domenica di quaresima A

Il racconto della Trasfigurazione in Matteo rappresenta un’iniezione di speranza necessaria per i discepoli, smarriti di fronte all'annuncio della passione e alla logica del perdere la vita.Il Tabor non nega la croce, ma insegna a scorgere la luce divina persino dentro le prove più oscure della realtà quotidiana.


SERGIO ROTASPERTI

Quante volte abbiamo ascoltato il racconto della Trasfigurazione! È un appuntamento fisso che torna puntualmente ogni anno nella seconda domenica di Quaresima. Navigando in rete si trova un’infinità di commenti, a volte brillanti, altre superficiali o scontati. Personalmente, cerco sempre di rileggere questo brano attraverso la memoria dei tanti pellegrinaggi in Terra Santa che hanno come meta proprio il monte Tabor.

Nel Vangelo di Matteo, la Trasfigurazione avviene in un momento critico: segue il primo annuncio della passione, il duro rimprovero a Pietro – chiamato “Satana” perché non accettava la via della sofferenza – e il discorso paradossale sulla necessità di perdere la propria vita per ritrovarla. È un contesto di shock e smarrimento, simile a quello che proviamo noi quando ci troviamo davanti a una persona che appare completamente diversa, o persino “peggiore”, rispetto a come l’avevamo immaginata.

In questo clima di crisi, Gesù prende l’iniziativa e sale sul monte, luogo biblico per eccellenza della rivelazione di Dio, ripercorrendo i passi di Mosè ed Elia sull’Oreb.

Qui accade l’imprevisto: il volto di Gesù splende come il sole. Questa è una particolarità esclusiva di Matteo; a differenza di Luca, che parla genericamente di splendore, o di Marco, che si sofferma sulle vesti, Matteo punta dritto al volto. Il sole è il simbolo della divinità e della giustizia (cfr. Malachia 3,20): Gesù è il sole perché emana luce propria, essendo lui stesso la sorgente della luce.

Questa esperienza aiuta i discepoli a vedere oltre le apparenze. Se l’annuncio della morte era stato uno shock emotivo, questa è un’iniezione di fiducia necessaria per non soccombere alla disperazione del Venerdì Santo. Dio non sta cambiando i piani – la morte resta una realtà drammatica – ma invita a guardare oltre il velo del dolore.

La Trasfigurazione permette così di passare dalla paura allo stupore. Pietro, rapito dalla bellezza, esclama: «È bello per noi essere qui!». Vorrebbe fermare il tempo, costruire rifugi, restare ancorato a quella luce. È un segno di speranza che, in mezzo alla tragedia imminente, permette di dimenticare per un istante il dolore.

Infine, dopo l’abbaglio del sole, i discepoli tornano al contatto umano. Gesù si avvicina e li tocca, usando lo stesso verbo che l’evangelista impiega per le guarigioni. Li riporta alla realtà quotidiana con una certezza nuova: la gloria e la croce non sono opposte, ma sono due facce della stessa realtà. Quel «non temete» pronunciato sul Tabor è lo stesso invito che risuonerà dopo la Risurrezione: un incoraggiamento a camminare nella storia senza più paura.