Dio scrive dritto sulle nostre fragilitàII domenica del tempo ordinario A
Commento a Is 49,3.5-6 e Gv Gv 1,29-34
Nelle letture bibliche che abbiamo ascoltato oggi, emergono due figure: il servo del Signore e l’agnello.
Nella prima lettura, incontriamo la figura del Servo del Signore. È un uomo che sperimenta la fatica e, forse, il senso di inutilità (Is 49,4: Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze”). Eppure, Dio gli rivolge parole piene di incoraggiamento: “È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe… Io ti renderò luce delle nazioni”.
Quante volte, nella nostra vita quotidiana — nella vita quotidiana, nel lavoro, in famiglia o nel nostro impegno sociale — ci sentiamo inadeguati? Viviamo in una società che ci chiede di essere sempre “performanti”, perfetti, senza crepe. Ma il messaggio di Isaia ribalta questa logica: il Servo non è luce perché è bravo, ma perché il Signore è la sua forza (v.5 “Dio era la mia forza):
Dio entra nella nostra oscurità e nel nostro senso di inutilità, non per eliminarla magicamente, ma per abitarla. Quando smettiamo di contare solo sulle nostre magre forze e iniziamo a contare su Dio, la nostra stessa debolezza forza e addirittura luce per gli altri.
- L’Agnello: la potenza dell’impotenza
Questo tema trova il suo compimento nel Vangelo. Giovanni Battista indica Gesù dicendo: “Ecco l’agnello di Dio”.
Fermiamoci su questa immagine. Per la mentalità del mondo — allora come oggi — un Dio “agnello” è inconcepibile. Noi cerchiamo un Dio “leone”, un Dio che risolva i problemi con la forza, che sbaragli i nemici, che si imponga. Invece, il cuore della teologia cristiana ci presenta un Dio impotente e mansueto.
L’agnello è un animale che non grida, che si lascia condurre, che dona la lana e la vita. Cristo vince il male non schiacciandolo con un male maggiore, ma assorbendolo attraverso il sacrificio della Croce. È l’amore che si consegna fino in fondo a sconfiggere il peccato del mondo.
Il servo che si affida e l’Agnello che prende su di sé il peccato del mondo tracciano la strada per la settimana che inizia. Non serve essere perfetti: quando la fragilità si consegna a Dio, l’oscurità personale diventa luce per gli altri.
In una società che urla e calpesta, la vera vittoria non nasce dalla forza che schiaccia, ma dalla mansuetudine che risponde al male con il bene. Portare questa mitezza in famiglia, sul lavoro e nei conflitti quotidiani significa testimoniare che solo l’amore che serve e si sacrifica può cambiare davvero il mondo. Anche se sembra una via da perdenti. Ma è la via di Dio.


