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VI domenica di Pasqua - A

Il respiro di Dio in noi

di SERGIO ROTASPERTI

(Gv 14,15-21) 1 In quel tempo, Gesù disse: «15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui»

Poche settimane ci separano dalla festa di Pentecoste (31.05) e già da questa domenica siamo proiettati nel dono che a Pentecoste rivivremo.
Il vangelo di Giovanni continua ciò che la scorsa domenica abbiamo ascoltato. In quell’ultima sera a tavola con i suoi discepoli prima della sua passione e morte, Gesù lascia il suo testamento e il suo addio.
Il momento della morte non è paragonabile ad altre situazioni di vita: è il più drammatico e più oscuro, sia per chi parte sia per chi rimane. Gesù scompare e non si vedrà mai più il suo volto. Giovanni usa una immagine molto forte: “Non vi lascerò orfani”. Gesù è consapevole dello stato di smarrimento, abbandono, solitudine che i suoi discepoli affrontano. Sappiamo benissimo che cosa può significare per un bimbo/a non avere padre e madre o perderli, come egli diventa vulnerabile e come la sua stessa identità psicologica viene minacciata e ferita. Sentirsi orfani significa sentirsi instabili e insicuri. Ma soprattutto essere privati del calore dell’amore che fa crescere.

Questo “sentirsi orfani” penso che ciascuno di noi lo ha sperimentato o lo sta vivendo ancora. In varie forme. Certo in questo periodo di pandemia che stiamo vivendo. A livello spirituale ci possiamo sentire completamente in balia degli eventi, schiacciati dalle preoccupazioni e solitudini interiori, fragili e senza punti di riferimento reali.

“Non vi lascio orfani”. Nel momento più buio della vita di Gesù, lui stesso apre vie e orizzonti nuovi, spalanca il cuore smarrito e impaurito dei discepoli alla fiducia incrollabile nella sua Parola.

Gesù se ne va, ma ci lascia donando il Paraclito; egli dirà che “deve” andarsene; se egli non se ne va, non può venire il Paraclito, lo Spirito Santo. Il sostantivo Paraclito significa chiamare vicino, chiamare accanto. Il Paraclito è colui che nel momento del bisogno ti è vicino come amico consolatore, come avvocato che ti difende e protegge, come intercessore che fa di tutto per te. Nella visione di Giovanni, è nel momento dell’ultimo respiro di Gesù che inizia la vita dello Spirito: “E chinato il capo, consegnò lo Spirito”.

Lo Spirito è il respiro di Gesù, il respiro di Dio in noi, che come maestro interiore e compagno (ruah al femminile in ebraico) compagna di vita è come il wifi che ci permette la connessione con Gesù e Dio Padre e di navigare nel nostro mondo interiore trovando parole che scaldano il cuore e rafforzano la fiducia e speranza.

Infine un’ultima parola sul tema amore e osservanza dei comandamenti. San Giovanni Crisostomo diceva: “Chi abbiamo amato e abbiamo perduto, non è più là dove era prima, ma ovunque là dove noi siamo”. Osservare i comandamenti di Gesù significa custodire in noi le parole, il linguaggio lo stile di Gesù. Gesù lo abbiamo perso sulla croce, ma lo ritroviamo nel respiro dello Spirito che abita permanentemente in noi. Quello stesso Spirito che ha rialzato Gesù dalla morte, rialza ciascuno di noi da qualsiasi forma di fragilità, depressione, solitudine, abbandono, morte che stiamo vivendo.

Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione, un nuovo cammino,
della caduta, un passo di danza,
della paura, una scala,
del sogno, un ponte,
del bisogno, un incontro.

(Dal romanzo O encontro marcado, del brasiliano Fernando Sabino)