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II domenica di Pasqua A

Rinascere come comunità

di SERGIO ROTASPERTI

(At 2,42-47) Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Se noi leggiamo i racconti pasquali, notiamo che Gesù risorto compie una sola azione: radunare di nuovo i discepoli dispersi, smarriti e impauriti, ricostituendoli nuovamente come comunità. Essa riceve una nuova iniezione di fiducia e Gesù stesso aiuta i suoi discepoli a superare il trauma, la delusione, la sfiducia.

Per questo motivo, ascoltiamo nel tempo di Pasqua il racconto dagli Atti degli Apostoli, cioè il racconto dei primi cristiani nati e rinati dalla fede pasquale e dall’incontro sconvolgente e travolgente con il Risorto.

Il breve testo della prima lettura è un sommario paradigmatico sia per la generazione antiche come anche per noi oggi, che riceviamo come una staffetta l’esperienza di fede che hanno vissuto e testimoniato. Vi sono elencati tre pilastri, elementi essenziali per riconoscersi chiesa, cristiani.

  • Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli. L’insegnamento degli apostoli non attiene a qualcosa di morale, politico, ideologico. Esso ha un nome e un contenuto ben preciso: la Persona di Gesù. Esso consiste nell’aderire alla Persona di Gesù, vivendo per con e in lui. La perseveranza di cui si parla è nient’altro che un atteggiamento dinamico che consiste nel proseguire sulla via intrapresa non come un dato acquisito, ma interrogandosi sempre approfondendo la fede dentro noi e attorno a noi. Tommaso è l’emblema dell’adesione a Gesù e dell’atteggiamento di perseveranza (Gv 20,19-31). Egli ha frainteso la fede, basandosi solo sulle proprie convinzioni personali e non credendo alla testimonianza degli altri. Tommaso ha percorso il cammino da una fede di visioni e di esperienza tangibile, a una fede che fa si appoggia sulle parole dei testimoni. E Gesù accompagna questo cammino.
  • Il secondo pilastro riguarda l’unità. Qui è intesa come condivisione di vita e dei beni, perché non ci siano disuguaglianze etniche e sociali. Comunione è non sentirsi soli, sapere che posso contare su qualcuno e gli altri possono contare su me. Comunione è sentirsi accolti, accettati, valorizzati, vivere rapporti in amicizia.
  • Lo spezzare il pane e la preghiera. Questo pilastro fa riferimento all’Eucaristia che ancora oggi, ora celebriamo. È il momento in cui noi facciamo festa, perché il Signore è vicino a noi con le sue parole di fiducia e speranza e con il suo corpo e sangue, cioè la sua vita donata per noi. Ma anche la preghiera che ciascuno da solo o in famiglia è un pilastro che ci fa crescere perché ci sintonizziamo con Dio e il suo modo di pensare e agire.

Queste lettura che dicono a noi oggi, mentre io parlo a banchi vuoi e voi siete così lontani, senza alcun contatto fisico tra noi? Siamo chiesa come i primi cristiani? La risposta è chiara: se per ciascuno di noi aderire a Gesù come hanno fatto i primi testimoni oculari con le loro fragilità è un pilastro della nostra vita, se la parola “comunione” ha ancora senso perché ci fa sentire parte di una rete più grande e allargata ma con lo stesso spirito, se la preghiera e la celebrazione eucaristica sono l’appuntamento nel quale Dio vuole fare festa con me, con noi e ci vuole regalare le sue parole di vita, allora tra noi oggi e i primi testimoni oculari e le primitive comunità non vi è differenza sostanziale. La nostra casa è il cenacolo dove Gesù entra a porte chiuse, sta in mezzo a voi e dice: “Pace a voi! Shalom», l’augurio ebraico che spazza via la paura, rivela e rassicura la presenza divina, mette in movimento, dona la pienezza e tutto ciò che di buono e positivo in noi “pace” significa.