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Bibbiablog

XXX Domenica del Tempo Ordinario C

A mani vuote e senza maschere

di SERGIO ROTASPERTI

In quel tempo, Gesù 9disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». (Lc 18,9-14)

La parabole del fariseo e del pubblicano segue la parabola del giudice e della vedova. Entrambi i brani evangelici affrontano il tema della preghiera.

Il presente testo è una critica che Gesù rivolge ai suoi contemporanei sul modo devozionale di pregare e al tempo stesso è un insegnamento sul modo di pensare di Dio.

Due persone si recano al tempio a pregare. Ciò che stupisce è innanzitutto il fatto che la preghiera del fariseo è sbagliata. Perché? Perchè non è “giustificato”? Il suo modo di pregare è corretto e lo si trova anche nella preghiera dei Salmi (Sal 26.4-8), Il suo atteggiamento in piedi non necessariamente è segno di superbia. Le sue pratiche devozionale ostentano una positiva ricerca di religiosità.

Al contrario, che cosa ha fatto il pubblicano di così determinante agli occhi di Gesù per essere indicato come giusto? Se ci soffermiamo sul suo status sociale, il pubblicano apparteneva a una delle categorie più odiate dal popolo, poiché in quanto esattore sfruttava le persone per ottenere vantaggi personali e, in secondo luogo, come servitore dell’impero romano era normalmente considerato nemico del popolo.

Il testo non vuole essere un rimprovero alle pratiche religiose farisaiche e nemmeno vuole trattare del discutibile stile di vita del fariseo. Si tratta, più profondamente, della relazione con Dio.

La preghiera del fariseo è un pio monologo devozionale, al cui centro vi è lui stesso e ciò che ha fatto. Egli basta a se stesso. Non elogia Dio, ma se stesso. E si mette a confronto con il pubblicano per mettersi sopra di lui. Da Dio si aspetta la risposta e la ricompensa per il suo timore. Un atteggiamento simile lo troviamo nella parabola del padre misericordioso, dove il fratello maggiore rimprovera il padre di non avergli mai concesso la giusta ricompensa (Lc 15)

La preghiera del pubblicano è completamente diversa. Essa è senza maschere, nuda e soprattutto, scaturisce dal cuore, consapevole che tra lui e Dio vi è una incolmabile e invalicabile distanza. Ha le mani vuote. Non giudica nessuno. Sa che ha sbagliato e sbaglia. L’atteggiamento del suo corpo è ripetere le stesse identiche e povere parole: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». La sua preghiera è semplicemente un mettersi nelle mani di Dio e affidarsi alla sua giustizia, sperando che sia misericordia.

Questa parabola è un input a mettere in discussione la mia pratica di preghiera. Mi incoraggia a chiedermi: come è il mio rapporto con Dio? Chi prego, quando prego: parlo davvero con Dio, che è più grande di me e della mia vita? O forse la mia preghiera è piuttosto un pio monologo? Cosa mi aspetto da Dio?

Madre Teresa scriveva: «La preghiera non è chiedere. La preghiera è mettersi nelle mani di Dio, a sua disposizione, ed ascoltare la sua voce nel profondo del nostro cuore. La preghiera allarga il cuore fino a renderlo capace di contenere il dono di Dio: se stesso».