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Bibbiablog

XXVIII domenica del tempo ordinario C

La lebbra dell’ingratitudine

di SERGIO ROTASPERTI

Brian Kershisnik, Ten Lepers Heale

Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». (Lc 17,11-19)

Con questo testo termina la seconda tappa del viaggio di Gesù verso Gerusalemme (iniziato in 9,51 e con termine in 19,48), il quale ha come tema l’attenzione misericordiosa di Dio verso i poveri e i peccatori (13,22-17,10). Gesù attraversa la Samaria per raggiungere la valle del Giordano, per poi discendere a Gerico e salire a Gerusalemme.

Luca ci presenta il cammino di Gesù a Gerusalemme, ed è bene ricordare che non è un viaggio turistico, ma un percorso teologico. Ma oltre al cammino di Gesù in parallelo viene tracciato il percorso del discepolo e dell’antidiscepolo.

Il testo di Lc 17,11-19 ci racconta la guarigione miracolosa di 10 lebbrosi. Il numero 10 indica completezza e pienezza. Nella tradizione biblica, con il termine «lebbra» (in ebraico «Tzaraath») si indicava una vasta gamma di almeno 72 malattie dermatologiche. Da essa non si poteva guarire. Essendo una malattia della pelle, era una malattia anche contagiosa e, quindi, provocava allontanamento dalla rete sociale. Inoltre provocava uno stato di impurità perenne, escludendo il malato dalla sfera religiosa. Come per altre malattie, essa aveva un significato religioso, attribuendone la ragione a un castigo o peccato. Per tali ragioni i rabbini imponevano che il lebbroso dovesse essere allontanato, non salutato e vivere in luoghi appartati.

Questi dieci lebbrosi quindi vivono una situazione perenne di emarginazione fisica, sociale e spirituale.

Gesù si lascia incontrare da queste persone, non ha timore del contagio. I lebbrosi si fermano a distanza come prescriveva la Legge e chiedono a Gesù misericordia. Il seguito lo sappiamo: secondo le prescrizioni dell’antica legislazione, essi si recano dai sacerdoti e lungo il cammino vengono sanati. Tuttavia solo uno ritorna a rendere grazie. Ironia della sorte, un samaritano!

Questo testo ci pone davanti ad almeno due provocazioni: il superamento delle barriere e la gratitudine.

Gesù supera la barriera tra lui sano e i lebbrosi, con i quali è vietato avere contatto; i lebbrosi superano la barriera del loro stato avvicinandosi incautamente a Gesù; il samaritano – che oltre ad essere lebbroso era pure disprezzato per la sua provenienza geografica e culturale – oltrepassa la sua barriera legata alla malattia e alle sue origine. E tutto ciò avviene perché è la fiducia che muove tutti i protagonisti. La fede è guarigione e rompe le barriere sociali e spirituali.

Quali sono le nostre barriere e quanta fiducia innestiamo per oltrepassarle?

Il secondo aspetto è la gratitudine. Molto bello il gesto di profonda venerazione del samaritano. Ma al lettore è rimandata la domanda: perché gli altri nove non sono tornati a ringraziare? Tutti avevano un motivo valido e forte per tornare a ringraziare il loro benefattore. La risposta non l’abbiamo e ciò rimane per noi lettori un monito.

Gesù non ha bisogno del grazie di nessuno per compiere i miracoli. Ma i miracoli non sono ancora salvezza, cioè non portano necessariamente a incontrare Dio: è la fiducia del granellino di senape che compie il miracolo di avvertire sempre la presenza incessante della cura sapiente di Dio.

Come reagisco quando ricevo aiuto? È per me il grazie e la gratitudine una parola scontata e superflua? E l’aiuto che ricevo mi porta ad incontrare Dio?