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IV domenica di quaresima - A

Aprire gli occhi

di SERGIO ROTASPERTI

Per comprendere il lungo testo di Giovanni 9 che abbiamo ascoltato dobbiamo situarci nel contesto storico e culturale al tempo di Gesù. Il segno (non miracolo) della guarigione del cieco nato si svolge durante la festa di Sukkot o dei Tabernacoli, che è la terza festa più importante presso il popolo ebraico. Essa ha un tonalità gioiosa, caratterizzata da molti elementi di luce. Gesù si inserisce in questa festa definendosi lui stesso la luce: “Finché io sono nel mondo sono la luce del mondo”. Il secondo aspetto di cui dobbiamo tenere presente è la comprensione della malattia nel mondo antico. Presso gli antichi, la malattia aveva un risvolto religioso e le sue origini potevano essere legate alla condizione di peccato nei confronti di Dio o delle divinità. Ecco perché i discepoli chiedono a Gesù: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Gesù categoricamente è contro questa interpretazione.

Rileggere questo testo nel contesto di oggi e nella situazione in cui viviamo ci pare per certi versi una gratuita e incomprensibile provocazione: come si può parlare di luce e di gioia oggi? Mi soffermo sull’atteggiamento di Gesù e del cieco guarito, per poi giungere ad alcune conclusioni per noi oggi.

Gesù è presente solo all’inizio e alla fine del brano. Egli vede l’uomo cieco dalla nascita, prende l’iniziativa e lo guarisce. Notate bene: non c’è da parte del cieco alcuna richiesta di guarigione! Nel corso del brano, costruito come un processo al cieco guarito, al centro dell’attenzione vi è in realtà Gesù e la sua credibilità. Solo alla fine– dopo che il cieco è stato insultato, umiliato e cacciato – Gesù stesso ancora per primo è informato della situazione, lo trova sulla sua strada, entra in dialogo con lui e gli pone la domanda cruciale: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” Tu credi. È La medesima domanda che Gesù rivolge alla sorella di Lazzaro: “Tu credi?”.

L’atteggiamento di Gesù è molto chiaro: anche senza la richiesta del cieco, Gesù vede e agisce. Questo è fondamentale per noi oggi: la fede e la relazione con Dio non consiste nella moltiplicazione delle preghiere e nelle richieste di indulgenze per ottenere il miracolo di guarigione dalla pandemia. Lui c’è sempre. In questo il salmo 22 è molto forte e importante: “Anche se vado per valle oscura (come noi in questo tempo), non temo alcun male, perché tu sei con me”.  Quindi evitiamo di vivere la preghiera e la situazione di oggi in modo compulsivo. Non temo alcun male, perché tu sei con me. E la prima lettura ancora: “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”. Ci credo veramente?

Il testo ci presenta molti personaggi. Ci sono i vicini che fanno solo domande ma non cambiano idea, perché spinti solo dalla curiosità o dalla paura come i genitori. Vi sono i farisei che si interrogano, ma non credono. Vi è infine il cieco che si trova guarito, non sa chi sia Gesù, ma è capace di entrare in discussione con se stesso e gli altri, lo riconosce come profeta e alla fine crede in lui, adorandolo.

Leggendo, ascoltando, confrontandomi con diverse persone e sui vari gruppi whatsapp o facebook, ho l’impressione che noi siamo nella situazione in cui Gesù sembra non ancora averci visto, incontrato, guarito, illuminato: siamo ciechi, cioè viviamo nell’oscurità, nella paura; siamo spaventati e ci sentiamo molto fragili e in balia di tutto e di tutti. Dobbiamo dare voce alla paura, al panico alla sofferenza, al dolore e sgomento che viviamo. Ma la parola di Gesù è oggi un incredibile appello alla fiducia e alla vita. Io sono il cieco e a me dice oggi: Credi tu in me?

Chiudo riportando uno stralcio di una lettera di un medico e infettivologo della prima divisione di Malattie infettive dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, (Amedeo Capetti consulente dell’Oms ) inviata al quotidiano Il Foglio: “Quello che io sto vivendo, ma credo sia esperienza anche di molti altri, è l’avverarsi di un fenomeno che non di rado noi medici vediamo in chi è scampato a un pericolo potenzialmente mortale: l’esperienza di aprire gli occhi e accorgersi che nulla è più scontato. Ossia che tutto è dono, dal risveglio del mattino, dal saluto ai propri cari a ogni piccola piega di un quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri come me è diventato, se mai era pensabile, più vorticoso di prima. La grazia di questa nuova coscienza di sé trasforma radicalmente ciò che facciamo, genera stupore, amicizia, ci si guarda e ci si dice: oggi non ci possiamo abbracciare ma un sorriso ci dice ancora di più di quanto potrebbe dire un abbraccio”.