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Bibbiablog

VIII domenica del tempo ordinario C

Giudicare se stessi

di SERGIO ROTASPERTI

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: 
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». (Lc 6,39-45)

Il testo che leggiamo oggi è la prosecuzione dell’insegnamento di Gesù sull’amore dei nemici, sull’essere misericordiosi come il Padre con ciascuno di noi lo è, sul non giudicare.

Nel testo di Lc 6,39-45 troviamo riunite tre piccole parabole o detti popolari provenienti dall’antico mondo mediorientale. In questa pagina Gesù chiede ai suoi discepoli di lottare contro l’ipocrisia.

È molto facile essere critici e duri contro gli altri, vicini o lontani che siano. Vi è un detto popolare che suona più o meno così: « A pensare male si commette peccato, ma si indovina sempre». Può essere. Ma Gesù invita a concentrarsi sul nostro personale modo di pensare e di comportarsi, prima di giudicare gli altri: “Ipocrita, Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Gesù non sta dicendo che l’altro  – chiamato sempre “fratello” – non sbaglia, ma che ogni suo discepolo deve prima interrogarsi se si ritiene veramente giusto e a posto davanti alla propria coscienza e a Dio. Prima di pronunciare giudizi, correggere gli altri, parlare o sparlare delle persone, seminare consigli, riconosciamo le ipocrisie, cioè le maschere con le quale ci nascondiamo dagli altri e salvaguardiamo la nostra percezione interiore, che ci giustifica sempre. Solo allora saremo in grado di giudicare senza ferire, correggere con amore, trovare le parole più adatte per “valutare” gli altri, a partire da chi vive con me. Tutti abbiamo maschere (ipocrita vuol dire colui che porta maschere) e questo atteggiamento è trasversale: lo notiamo non solo in noi stessi, ma anche nella struttura della Chiesa, nella politica, in ogni gruppo sociale a partire dalla famiglia. Gesù va al cuore del problema, chiedendo che ognuno si interroghi dentro di sè, prima di puntare il dito verso gli altri, anche se siamo sicuri di essere nel vero e nel giusto.

Tuttavia l’insegnamento di Gesù non si ferma qui. E non vuole solo sferzare i suoi discepoli (e noi) Chiede che i suoi discepoli (e noi) diventino guida per gli altri e siano alberi buoni che offrono buoni frutti agli altri.  Come? Lo spiega chiaramente Gesù stesso: “Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Ognuno di noi è chiamato a imitare Gesù, il maestro e in questo modo diventeremo anche noi maestri per gli altri. In questo sta la nostra preparazione. Diversamente siamo come ciechi che pretendono di guidare altri ciechi. Ognuno di noi è chiamato, dunque, a dare luce e vita.

Ma come facciamo a riconoscere se siamo siamo veramente guida, luce, buoni discepoli e Maestri o, molto più umilmente se siamo persone autentiche? Dai Frutti. Se gli altri riconoscono in noi che siamo come alberi che danno frutti buoni, allora siamo nell’ottica di Gesù.

Un proverbio ebraico, della tradizione yiddish dice: “Quello che non vedi con i tuoi occhi non inventarlo con la lingua”.  E Gesù più in profondità, ci offre una chiave di lettura e un cammino da percorrere: “la bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”. È dentro noi, nel nostro cuore,  – che per gli antichi rappresentava la sede non solo dei sentimenti ma del pensare e dell’agire –  che possiamo intuire quanta misura di ipocrisia abita in noi o quanta sovrabbondanza di amore sappiamo generare e donare nella vita quotidiana e alle persone che stanno accanto a noi. Dio conosce il nostro cuore, anzi guarda il cuore non le apparenze (1Sam 16).

Segui il tuo cuore ascoltando Gesù e troverai libertà interiore ed esteriore: questa è vivere e lottare contro l’ipocrisia.