Il grano, la zizzania e la pazienza di DioXVI domenica del tempo ordinario
Le Il testo affronta il tema della coesistenza tra il bene e il male nel mondo a partire dalle parabole evangeliche della zizzania, del granello di senape e del lievito. Il nucleo del discorso risiede nella risposta divina a questo scandalo, caratterizzata da una paziente tolleranza e da una misericordia che sa attendere i tempi di maturazione e di redenzione di ogni realtà.
Il Vangelo della XVI domenica del tempo ordinario (Mt 13,24-43) prosegue il cosiddetto «discorso in parabole», iniziato la scorsa domenica e che ci accompagnerà anche la prossima domenica. Oggi la Liturgia ci offre tre parabole specifiche: quella della zizzania, quella del granello di senape e quella del lievito. A queste segue una preziosa annotazione di Gesù sul significato stesso del parlare in parabole e, infine, la spiegazione dettagliata della parabola della zizzania.
Che cosa possiamo comprendere e accogliere nel nostro cuore da questa pagina evangelica, illuminata anche dalle letture dell’Antico Testamento e dell’Epistola odierna?
Il primo dato che emerge con forza è lo scandalo del male. Il seme buono cresce, ma insieme ad esso cresce spontaneamente anche la zizzania. Di fronte a questa realtà, sorgev spontanea una domanda che attraversa i secoli: Perché Dio non interviene? Perché non punisce immediatamente? Perché non arresta la violenza, l’odio e l’ingiustizia del mondo?
A questi interrogativi profondi risponde magistralmente l’autore del libro della Sapienza. Ci ricorda che Dio, pur essendo l’onnipotente e avendo in mano ogni forza, non abusa mai del suo potere. Al contrario, esercita la sua sovranità con assoluta libertà, ma sempre con giustizia e immensa misericordia:
«Mostri la tua forza a chi non crede nella tua onnipotenza… Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza… Hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento».
In altre parole, Dio crede profondamente nella redenzione: Egli sa che persino la zizzania, toccata dalla grazia, può trasformarsi in grano buono. Storicamente, al tempo di Gesù, la sua predicazione suscitava forti opposizioni e nemici giurati, eppure Egli ha continuato a seminare senza sosta. In una successiva lettura ecclesiale, la zizzania poteva anche rappresentare la difficile convivenza tra i giudeo-cristiani e il mondo della sinagoga israelita, una convivenza che richiedeva uno sguardo di fede e non di scontro.
Il secondo grande aspetto della parabola ci rivela il vero atteggiamento di Dio: la pazienza. Dio non fa «piazza pulita» con la violenza o con la fretta distruttiva degli uomini; Egli permette che il grano e la zizzania crescano insieme fino al momento della mietitura. Questa pazienza divina non è passività, ma è tolleranza sapiente, capacità di saper aspettare per fare in modo che il seme buono non venga soffocato o sradicato anzitempo.
Dio non ha fretta. Egli opera nel silenzio profondo della storia, sa attendere i tempi di maturazione di ciascuno. È con questo sguardo pieno di speranza e di misericordia che Dio guarda a noi, alle nostre fragilità e alle complesse situazioni del mondo contemporaneo.
Vi è infine un terzo aspetto racchiuso nel dinamismo del verbo crescere. Il seme buono ha in sé una forza divina instancabile e cresce nonostante tutto, nonostante la presenza del male che lo circonda. Come il granello di senape, che è il più piccolo di tutti i semi ma si sviluppa fino a diventare un grande arbusto, o come il lievito, che nascosto nella pasta la fa fermentare tutta: così è il Regno dei cieli.
Ma che cosa significa tutto questo per noi?
Qui sta il cuore dell’appello di oggi: anche noi siamo quel seme. Ciascuno di noi è quel piccolo granello gettato nel terreno della storia quotidiana. Spesso ci lasciamo spaventare o scoraggiare dalla zizzania che vediamo intorno a noi o dalle nostre stesse debolezze, ma la Parola ci invita a compiere un atto di fede profondo: siamo chiamati a fidarci di Dio, a credere meglio in questa sua visione e a lasciare spazio alla sua grazia, permettendogli di operare in noi e attraverso di noi.
Fidarsi e lasciare agire Dio, tuttavia, non significa restare inerti o passivi. Significa, al contrario, avere il coraggio di dare con gioia il nostro contributo quotidiano affinché questo Regno di Dio si realizzi e si manifesti concretamente nel mondo. Siamo chiamati a essere un seme buono che non si lascia soffocare dal male o dall’angoscia, ma che genera frutti di giustizia, di pace e di accoglienza, fiduciosi che la forza vitale che Dio ha racchiuso nel nostro cuore compirà meraviglie ben oltre le nostre umane aspettative.


