Comunità Italiana Freiburg |

Standpunkt

La Chiesa che vorrei

di ANTONELLA RITACCO

Domenica 3 luglio 2022 mio marito Holger Sawatzki ed io abbiamo avuto un incontro con Padre Marcio, superiore del Kloster Herz Jesu di Friburgo, in cui lui, avvocato e mediatore, ha resocontato l’esito del tanto a lungo atteso incontro con il Vescovo Monsignor Birkhofer avvenuto il 30.06.22 presso la Diocesi di Freiburg. Insieme ad Holger erano presenti all’incontro Maria Antonietta Gianfrancesco-Beck e Francesca Travaglini.

Motivi di gratitudine

Nell’accompagnare Holger all’incontro con Padre Marcio ho colto l’occasione di ringraziare a nome di tutta la comunità italiana di Freiburg l’intero Kloster per la grande e generosa accoglienza di tutti questi anni, non solo per la messa celebrata da Padre Sergio oggi (allora da Padre Levi), ed in sua assenza quando possibile anche da altri suoi confratelli, ma anche per tutti gli altri locali messi sempre generosamente a disposizione: cappellina per le preghiere private, sale, biblioteca, cucina, giardino. Luoghi che ci hanno fatto sempre sentire a casa senza chiedere nulla in cambio; che ci hanno permesso di invitare autorità (come ad es. il Console italiano a Friburgo) e di riceverli in uno spirito semplice di famiglia condividendo ciò che si ha; dove come famiglie END (Equipe Notre Dame), tra gli altri posti, spesso ci ritroviamo da 5 anni; dove gruppi e cenacoli di preghiera si incontrano pregando per i bisogni di tutti. Vi posso dire che sentire la commozione di entrambi per quanto ci stavamo vicendevolmente scambiando, ringraziandoci paradossalmente a vicenda, era una bellissima sensazione.

Quando la Parola di Dio ci interpella

Mentre ci preparavamo all’incontro Padre Marcio si è allontanato per procurare dell’acqua da offrici, e nell’attesa i miei occhi sono andati al Libro della vita, alla Bibbia, aperto dietro di noi e specificamente su un passo del Vangelo di Luca 11,14-23 in cui Gesù viene accusato di scacciare i demoni in nome di Beelzebùl. Lo lessi e mi sono seduta chiedendomi cosa volesse poter dire per noi in quella occasione.

Questa domanda me la sono portata per tutta la settimana incrociandola con le recenti notizie sui numeri delle persone che si sono allontanante dalla Chiesa cattolica nell’ultimo anno, dati che fanno male e che devono farci riflettere a mio avviso sul modo come noi per primi ogni giorno testimoniamo l’amore fraterno, come ognuno di noi fa la sua parte, nel piccolo del suo quotidiano e nei luoghi e ruoli che rappresenta, e di come il complesso sistema in cui viviamo fa la sua. E con sistema mi riferisco a più livelli: la società e la sua cultura consumistica, la sempre minore maturità affettiva (umana e spirituale) delle persone, le strutture ancora a volte troppo gerarchiche, i diversi sottosistemi e le regole che quando restano astratte restano lontano anche dalle persone.

Il faticoso cammino dell’accoglienza reciproca

Sotto il titolo de “La Chiesa che vorrei”, voglio condividere con ciascuno di voi un pò di riflessioni allargate a partire da quel brano del Vangelo, sulla base delle mie competenze professionali (psicologa, psicoterapeuta, con un diploma in Pastoral Counselling) e della mia esperienza di fedele alcune volte delusa e ferita e pur sempre determinata a valorizzare il meglio della Chiesa cattolica.

Gesù viene giudicato e deve spiegare che la logica dell’accusa, in un sistema che vuole funzionare, non ha senso, che un regno diviso in se stesso non può portare frutto e che non c’è una esclusività nel servizio a Dio ed ai fratelli ma una complementarietà quando si lavora per lo stesso fine, ed aggiungerei una pluralità di espressioni che possono solo arricchire i servizi per arrivare a più persone possibili.

In uno spirito di famiglia potremmo dire che i “fratelli più grandi” già esperti e formati, accanto al peso di dare il buon esempio possono o dovrebbero esprimere la gioia e accoglienza per i “fratelli più giovani” che si cimentano nel proporre anche loro qualcosa. Gioia e riconoscimento dagli uni, riconoscenza e gratitudine dagli altri. Ma in quel brano ciò non avviene. E Gesù redarguisce.

E noi, lo sappiamo veramente fare, sia come figli/fratelli, sia come adulti nei nostri ambiti, sia come responsabili dei servizi a noi affidati? Sappiamo accogliere il nuovo e fargli posto senza sentirci minacciati? E sappiamo restituire all’altro la libertà di espressione che gli appartiene da sempre, senza appesantirla dai nostri pre-giudizi come racconta Luca invece che etichettarlo come avversario? Sembra che Gesù voglia rimarcare l’importanza di stare dalla stessa parte sebbene in modo differente. E sappiamo che Gesù è sempre un innovatore che rompe gli schemi mentali precostituiti. Per lui è importante arrivare alla persona, ad ogni singola persona.

Guardare il bello e il buono in ognuno

Sia io che mio marito sappiamo per professione, che raggiungere questo obiettivo è molto impegnativo, richiede tanto equilibrio interiore, e l’assunzione di una decisione prima personale, poi reciproca. Molte sono le dinamiche umane che possono ostacolare la realizzazione della fratellanza universale: in primis la mancanza di conoscenza dell’altro, la paura del cambiamento, l’arroccamento alle proprie concezioni, il cameratismo, la paura di perdere o non vedere sufficientemente riconosciuto il proprio ruolo/potere e molto altro. Il dialogo e l’ascolto reciproco sembrano essere la via maestra: Gesù parlava alle folle e queste ascoltavano, ma interrogava anche con domande argute che mettevano la persona in contatto con la verità profonda del loro essere senza privarle della dignità di essere umano.
Per l’esperienza personale che porto, sento forte il dolore di quanti ogni anno abbandonano la Chiesa a cui non so dare torto ma a cui vorrei tanto dire che si perdono una grande opportunità di toccare con mano quanto di bello e buono c’è. A questo riguardo avverto la tristezza di non poterlo raccontare li dove l’ascolto è compromesso. Inoltre vedo la fatica e provo stima per i tanti che ogni giorno nella Chiesa si impegnano e portano il carico anche di quelli che non hanno dato il buono esempio atteso.