L’amore che non si arrende: celebriamo la divina misericordiaII Domenica di Pasqua A
Oltre la semplice devozione, un invito a sperimentare concretamente l'amore infinito di Dio: un dono che supera ogni barriera e non abbandona mai, neanche nei momenti di incredulità.
Oggi celebriamo la Domenica dell’Ottava di Pasqua, e anche la festa della Divina Misericordia. Lo scopo di questa festa non è semplicemente devozionale. Quando la Chiesa proclama la Divina Misericordia, invita ciascuno di noi e le nostre comunità a fare esperienza concretamente dell’amore che non si arrende, non si stanca e non ha limiti. Un amore che si rivela nella totale resa del Figlio di Dio che, anche se abbandonato, non abbandona mai, ed è capace di superare ogni barriera, compresa l’incredulità, per dimostrare la verità di questo amore. Il Vangelo di oggi ci presenta questa esperienza dell’incontro con la divina misericordia in due momenti intimamente correlati. Nella prima parte, Gesù manifesta i segni della sua misericordia: le mani e i piedi trafitti, il suo fianco aperto, cosi come il dono della pace e il perdono dei peccati. Nella seconda, ci viene narrata la reazione a questi segni: l’incredulità seguita dalla professione di fede di Tommaso.
Gesù risorto appare ai discepoli nel primo giorno della settimana, mentre sono chiusi per paura. La sua prima parola è: “Pace a voi”. Non è un saluto formale, ma un dono reale: la pace che nasce dalla vittoria sul peccato e sulla morte. Subito dopo, Gesù affida una missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. E dona lo Spirito Santo, conferendo agli apostoli il potere di perdonare i peccati.
Questo è il cuore della misericordia: Cristo è morto e risorto per il perdono dei nostri peccati, e affida alla Chiesa la missione di continuare questa opera di riconciliazione nella potenza dello Spirito Santo. Anche noi siamo chiamati a essere strumenti di misericordia, portatori di perdono nelle nostre famiglie, nelle comunità, nei luoghi di vita quotidiana. Non si tratta solo di ricevere il perdono, ma di donarlo, diventando segni concreti dell’amore di Dio.
L’apostolo Tommaso rappresenta le nostre difficoltà a credere. Egli vuole vedere, toccare, avere prove. E Gesù, nella sua misericordia, va incontro anche a lui: gli mostra le ferite, che sono il segno dell’amore che si dona, che si offre. “Chi ama, dona la sua vita per l’amico”. Ma allo stesso tempo lo invita a fare un passo oltre: “Non essere incredulo, ma credente”.
Tommaso non si scusa e neanche ce n’è bisogno. Riconosce che colui che h a davante a lui è Gesu, il Maestro, che aveva seguito, e ascoltato per tre anni. Semplicemente dice: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù proclama una beatitudine che riguarda ciascuno di noi: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Noi non abbiamo visto, ma crediamo grazie alla testimonianza della Chiesa, che da duemila anni annuncia Cristo risorto.
Questa fede non è astratta, ma si traduce in uno stile di vita concreto, come ci ricorda la prima lettura degli Atti degli Apostoli: perseverare nell’insegnamento, nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nella preghiera. È un invito per tutti noi a vivere una fede autentica, fatta di ascolto della Parola, vita comunitaria e carità concreta.
Chiediamo al Signore il dono di una fede viva e di un cuore misericordioso, per credere senza vedere, cioè, credere nella testimonianza della chiesa, degli apostoli, della parola di Dio; e amare senza misura, riconoscendo Gesu nelle persone bisognose vicine a noi. Così saremo veri testimoni della sua risurrezione nel mondo.


