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Bibbiablog

Nuova traduzione del Padre nostro

Non ci indurre in tentazione?

di SERGIO ROTASPERTI

I vescovi italiani hanno deciso: il Padre nostro deve cambiare! Più precisamente non si dovrà più dire: “Non ci indurre in tentazione”, ma “non abbandonarci alla tentazione”.

Al termine della Assemblea generale delle CEI avvenuta a Roma ((12-15 novembre 2018), i Vescovi hanno approvato l testo della nuova edizione del Messale Romano che sarà sottoposto alla Santa Sede “per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore anche la nuova versione del ‘Padre Nostro (‘non abbandonarci alla tentazione’) e dell’inizio del ‘Gloria’ (‘pace in terra agli uomini amati dal Signorè)”.
L’iter di rinnovamento del nuovo Messale romano è durato 16 anni e tra qualche mese entrerà finalmente in vigore.

Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, in un articolo apparso su Repubblica spiega perchè è necessario cambiare la traduzione del Padre nostro:

La nuova traduzione della Bibbia pubblicata dalla Cei nel 2008 l’aveva già adottata, così come nella versione di Matteo del Padre nostro era apparsa allora l’altra espressione innovativa: “non abbandonarci alla tentazione”. Questa traduzione è una delle possibili, non la sola: tradurre a volte può sconfinare nel tradire, ma è un rischio che va assunto con consapevolezza. Infatti, la traduzione che tutti i cristiani usavano da decenni, molto fedele al testo latino, suonava “non ci indurre in tentazione” e rischiava di dare un’immagine perversa di Dio, quasi che Dio possa essere l’autore della tentazione. Dio invece non ci tenta e non può tentare nessuno al male, come afferma l’apostolo Giacomo nella sua lettera (Gc 1,13-15).

Come comprendere allora questa richiesta rivolta al Padre? Non è facile tradurre un’espressione greca che forse trova ispirazione in un salmo in aramaico ritrovato a Qumran, dove il fedele prega: “Fa’ che non entri in situazioni troppo difficili per me!”. Il termine greco (peirasmos) indica “prova” oppure “tentazione”? E il verbo “non farci entrare” ( nella prova o nella tentazione), essendo in forma causativa, non significa forse “fa’ che non entriamo in tentazione”? I vescovi francesi, nella traduzione adottata alcuni anni or sono, hanno scelto di cambiare il precedente “non sottometterci alla tentazione” con ” non lasciarci entrare in tentazione”. La scelta per la nostra lingua poteva essere: “non abbandonarci nella tentazione”, oppure “non abbandonarci alla tentazione”, ma anche “non lasciarci cadere in tentazione” (come scelto dalla traduzione spagnola).

In ogni caso, questo nuovo tentativo di traduzione era necessario affinché nessuno oggi fosse indotto a pensare che Dio ci tenta al male, al peccato: sarebbe una bestemmia! Dio ci può sottoporre alla prova per saggiare e discernere il nostro cuore, ma mai alla tentazione. D’altronde già sant’Ambrogio di Milano nel IV secolo commentava così: “Non permettere che siamo condotti nella tentazione da colui che tenta più di quanto possiamo sopportare; non si dica quindi non ci indurre in tentazione”, vietando così di attribuire a Dio la responsabilità delle nostre tentazioni.