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XXIV domenica del tempo ordinario/A

Perdona settanta volte sette

di GONZALO ARNáIZ ÁLVAREZ, SCJ

L’evangelista Matteo (18,21-35) prosegue la sua catechesi alla comunità ecclesiale per aiutarla a crescere nella vita cristiana. Se domenica scorsa ci ha parlato della correzione fraterna, oggi il tema riguarda la necessità del perdono e, in particolare, della portata del perdono.

Per fare questo, Gesù racconta la parabola del re misericordioso e del servo spietato, rispondendo a una domanda di Pietro sulla numero di volte che si deve essere disposti a porgere il perdonare. Pietro si interroga sui limiti del perdono, sapendo che gli scribi avevano indicato a quattro. Afferma “sette”, che è un modo di dire “molte volte o quasi sempre”. Gesù lo incoraggia ad andare un po’ oltre affermando o raddoppiando il “sempre”. Non c’è limite al perdono ed è necessario perdonare il fratello più e più volte.

Questa richiesta di perdono continuo sembra essere una chimera o impossibile; sembra fissare l’asticella troppo alta, irraggiungibile, nella consapevolezza che non ci riusciremo mai.

È chiaro che Gesù non fissa standard alti o bassi; egli invita sempre a qualcosa che è possibile se ci mettiamo ed entriamo nella dinamica di Dio. Per questo motivo propone la parabola del re misericordioso e del servo spietato dove tutto è esagerato. Un debito enorme, non ammortizzabile e un altro debito abbastanza abbordabile. Un padrone o un re che perdona tutto per compassione e un servo incapace di perdonare una sciocchezza, anche dopo essere stato favorito con il più grosso dei condoni.

Per Gesù il modello è sempre “Il Padre” e ci invita ad essere come il Padre. Per sapere come e quanto perdonare, dobbiamo gettare lo sguardo verso Dio. Gesù dichiara che Dio perdona sempre, che il nome di Dio è Misericordia e che Egli perdona sempre, sempre, sempre (70 volte 7). Il perdono di Dio va sempre oltre ed è incondizionato. Da parte nostra, tuttavia, ci dovrebbe essere un certo impegno.

Il discepolo conosce se stesso e conosce questo perdono di Dio nella sua esperienza di vita. Anche noi come discepoli riconosciamo che siamo debitori nei confronti di Dio in molte cose e che siamo stati anche infedeli e peccatori molte volte. Il Signore perdona i nostri debiti.

È l’esperienza di essere perdonati che conduce prontamente al perdono dei fratelli. Come io sono stato perdonato, allo stesso modo io offro il perdono. Dio mi perdona sempre, io perdono sempre. Perdoniamo i nostri debitori.

È la richiesta del Padre Nostro che prende vita. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Essa non è un precondizione, ma un’affermazione che le due indulgenze vanno insieme; che l’una conduce all’altra; se la seconda non avviene è perché non abbiamo né accolto né sperimentato il perdono di Dio.

La barriera del perdono non è in Dio, ma in me che non accetto quel perdono e divento incapace di realizzare quel perdono. Né una volta, né mille volte. Non riesco a uscire dal mio guscio. Sono ancora avvolto dall’odio e dalla violenza. Sono aggressivo e offensivo. Divento davvero “lupo” per l’uomo.  Afferro per il collo, distruggo e spezzo la comunità.

Spesso diciamo che la persona che non sperimenta l’amore dei propri genitori difficilmente potrà essere libera nei confronti degli altri e inserirsi facilmente in una comunità fraterna e umana. Qui diciamo la stessa cosa: l’amore si esercita nella misericordia e nel perdono. Se uno non accetta di essere perdonato o non riconosce di avere bisogno di misericordia e di perdono, difficilmente sarà in grado di perdonare qualcosa, se non per convenienza o per apparenza; ma non ci sarà mai un perdono che scaturisce autenticamente dal profondo del cuore.

E quanto abbiamo bisogno di perdono! Del perdono ricevuto e del perdono dato. Nelle nostre comunità ecclesiali e nelle nostre comunità naturali o sociali vediamo che non tutto è perfetto e che ci sono molti fallimenti e lacune nei rapporti interpersonali. Sarebbe un bene per noi sentire che abbiamo bisogno di perdono. Sia nel chiedere perdono che nel donarlo. Non è facile perdonare e non è nemmeno facile chiedere perdono. Ma è necessario esercitare entrambe le azioni: così facendo, le cose andranno molto meglio per noi.

Il perdono è sempre possibile ed è molto meglio che non perdonare. Se una persona si  chiude al perdono non fa altro che accumulare odio e riesce a distruggere se stesso e chi è accanto a lei. Può pensare di salvare il suo onore, ma sta corrodendo il suo cuore e la sua capacità di amare e di relazionarsi.

Anche per una persona distrutta e calpestata dalla violenza, dal disprezzo e dall’abuso non è certo facile fare spazio a un perdono radicale. È necessario un processo di guarigione e di assimilazione. Ma alla fine del processo, è meglio concedere il perdono che mantenere la rottura totale.

In termini umani può essere impossibile, o per lo meno abbastanza difficile; ma se entriamo nella dinamica della fede e dell’amore, e accettiamo questo amore misericordioso di Dio per noi e ci lasciamo attrarre da esso, allora le colline e le valli saranno levigate. I nostri cuori saranno aperti al perdono e alla misericordia verso il prossimo. Saremo profeti dell’amore e servi della riconciliazione degli uomini e del mondo in Cristo.