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Standpunkt

Avvento, tempo di stupore e di meraviglia

Vivere l’attesa

di MONICA CANTIANI

L’anno scorso una piccola casa editrice – Zikkaron – sulla scia della visita di Papa Francesco a Bologna dell’ottobre 2017 nella quale ha ‘riabilitato’ il Cardinal Lercaro e il suo impegno pastorale, ha rieditato l’omelia che Lercaro fece il 1 gennaio 1968 in occasione della Prima Giornata Internazionale della Pace. Omelia che fu, per molti storici, la goccia che fece sì che Paolo VI lo destituisse dal suo incarico.

Perché parlarne in relazione al tema dell’attesa? E dell’attendere?

Perché a mio avviso capire fino in fondo quale sia la postura che contraddistingue chi attende è capire come essere portatori di pace e pacificati.

Lercaro dice nella sua omelia: “ Ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio.”  (Questo il passo citato da Papa Francesco nel suo discorso a Bologna con una piccola variante: anziché via Francesco dice vita. Errore o volontà?) Continua Lercaro “ Il profeta può incontrare dissensi e rifiuti, anzi è normale che, almeno in un primo momento, questo accada: ma se ha parlato non secondo la carne, ma secondo lo Spirito, troverà più tardi il riconoscimento di tutti.”

Saper attendere, saper vivere

Più tardi. Ecco il vero anello debole. Più tardi potrebbe voler dire anche dopo la morte fisica, o la prima morte per dirla come San Francesco. Quindi l’essere profeta, che vuol dire essere la via, o la vita, della chiesa, presuppone il saper attendere, il saper vivere senza ottenere immediatamente i risultati del nostro agire, senza ottenere immediatamente quello che vorremmo da noi stessi, dall’altro, dalle relazioni.

Vuol dire sapersi ritrovare nei ritmi della natura che ci circonda che – se non forzata e violentata dall’uomo- attende pazientemente, tuttavia con assoluta certezza che accadrà, il ripetersi della gemmazione e della nascita, sapendo che è necessaria anche la morte per ricominciare a vivere. Sapendo che la morte non è contraria alla vita, come dice Squizzato, è contraria alla nascita. Perché la vita è nascita e morte, è quello che c’è prima, durante e dopo.

Vivere di attese non di aspettative

Saper vivere l’attesa vuol dire che nelle nostre relazioni con l’altro non proietteremo su di lui ciò che vorremmo da lui, ma che potremo diventare attenti a quello che l’altro veramente è, anzi permettergli di diventare veramente se stesso e confrontarci apertamente e in pace con questo essere diverso da noi.

Leggendo un romanzo – Il rifugio di W. Paul Young –ho veramente capito come potrebbe essere vivere di attese e non di aspettative. Dice Young .” Prendiamo l’esempio dell’amicizia, e di come togliendo l’elemento di vita da un sostantivo una relazione possa cambiare radicalmente. Se tu ed io siamo amici, c’è un’attesa nella nostra relazione. Quando ci vediamo o siamo distanti, c’è il desiderio di stare insieme, di ridere e parlare. Quell’attesa non ha una definizione concreta; essa è viva e dinamica, e tutto ciò che nasce dal nostro stare insieme è un dono unico, che condividiamo solo noi. Ma cosa succede se cambio attesa con aspettativa, espressa o implicita? Improvvisamente le regole entrano nella nostra relazione. Ci si aspetta che tu ti comporti in un modo che soddisfi le mie aspettative. La nostra amicizia vivente deteriora ben presto in qualcosa di morto, con doveri cui attenersi. Non riguarda più me e te, ma ciò che ci si aspetta che i buoni amici facciano, o le responsabilità che si devono accollare.”

Quante volte agiamo così quotidianamente? E quante volte, se non impariamo l’attesa invece che l’aspettativa, le amicizie, i rapporti di coppia, perfino i rapporti con Dio si rompono perché l’altro, o l’Altro, non si comporta come ci saremmo aspettati? E non si basa proprio su questo tutta la moderna, e antica purtroppo, intolleranza verso il diverso? “ Siccome non sei come me e non ti comporti come i canoni delle nostre regole esigono, ti rigetto, ti allontano, ti combatto, ti anniento.”

Profeti dell´amore

Non sono pacificato io e non vivo in pace.

La profezia non è così. L’essere chiamati alla profezia non vuole questo. Ci hanno sempre agitato davanti la difficoltà e l’irraggiungibilità di essere profeti, santi, mistici. Come se ci volessero patenti speciali, vite speciali, studi speciali per esserlo. Ma non eravamo già “ stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”? (IPt, 2,9).

Noi tutti siamo profeti nel momento in cui, agganciati fortemente all’amore che è Cristo, in questa vita che è qui e ora, agiamo secondo i dettami dell’amore e non altri. I dettami dell’amore che portano con sé inevitabilmente la dimensione dell’attesa e quindi la dimensione della pace.

Perché se vivo l’attesa non potrò pretendere, abusare, violare, giudicare, imporre. Non potrò conformarmi ad una mondanità che chiede e agisce in tutt’altro modo. Sarò anche rifiutato e lasciato solo, deriso e maltrattato perfino, non vedrò i risultati del mio essere, probabilmente, tuttavia la mia pace interiore sarà così profonda e sostenuta dall’amore che supererà ogni cosa.

Perché, parafrasando 1Corinzi , 13,4 “ La pace è magnanima, benevola è la pace; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Avvento = attesa. Attesa = stupore, meraviglia, gioia. Gioia = amore, pace.

“Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio” Mt5,9.