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Vivere nel tempo della pandemia

Anticristo o anticristo?

di AUGUSTO FUMAGALLI

Nei primissimi giorni della diffusione del COVID-19, mi è capitato di ricevere dei messaggi in cui si parlava della venuta dell’Anticristo e di una ipotetica fine del mondo a partire da degli eventi naturali che stavano capitando: la grave epidemia, alcuni terremoti e altre analogie con il libro della Apocalisse. Vorrei approfondire anzitutto il genere delle apocalissi e dare poi uno sguardo alla figura dell’Anticristo; tutto questo senza la pretesa di dare un’esaustiva spiegazione, dal momento che non sono biblista e lo spazio di un articolo non può contenere tutti i necessari approfondimenti sui Padri della Chiesa.

Il lessico apocalittico

Il termine “Apocalisse” viene dalle prime parole dell’ultimo libro del Nuovo Testamento “Rivelazione di Gesù Cristo” (Ap 1,1), ma si inserisce in un genere letterario già presente nel Primo Testamento, si pensi per esempio al libro di Daniele. Vi sono infatti, come rileva H. R. Drobner, delle caratteristiche tipiche, sottese ad ogni “apocalisse”: il riferirsi di ogni testo ad un’eminente personalità del passato per ottenere maggior autorità; il collocarsi in un passato fittizio dando delle previsioni, precise ed esperibili, sul futuro (vaticinia ex eventu: l’autore, collocandosi nel passato, può esporre gli eventi a lui contemporanei come profezie); ci si colloca nell’ambito di una visione o di un sogno; vi è un forte utilizzo di immagini, allegorie, numeri. Ma la caratteristica principale che, tra gli altri, Drobner rileva è che questi testi non hanno un fine esoterico, ma pratico: l’intento delle apocalissi è di infondere speranza e forza al lettore che, nelle visioni e immagini riportate, può vedere il proprio presente. Non si vuole raccontare come avverrà la fine del mondo, perché l’esito lo si sa già (“Io ho vinto il mondo” Gv 16,33), ma come vivere il proprio presente saldi in questa certezza.

Questo per esempio è quanto avviene nel libro di Daniele che, nel descrivere il significato della statua composita del sogno di Nabucodonosor, riporta la successione temporale dei grandi imperi per mostrare come, nonostante ora il popolo di Israele sia schiavo dei Babilonesi, giungerà presto il regno di Dio.

Anche nell’Apocalisse di Giovanni il tema escatologico andrebbe letto, sì come annuncio della definitiva vittoria di Dio sulla morte, ma proprio per questa salvezza realizzata dalla morte di Cristo, vero Dio e vero Uomo, i destinatari del testo sono invitati a rivitalizzare la propria speranza nel tempo della persecuzione. Anche se Babilonia la  Grande (i.e. Roma) sembra prevalere sulla Chiesa, il Signore è continuamente presente accanto ai propri fedeli, non li lascia soli e li sostiene nel giorno del pericolo.

Anticristo: chi è?

Per comprendere appieno questo discorso, dobbiamo però demitologizzare una figura di cui a volte la fantasia ha abusato: l’anticristo.[1]  Questo termine viene utilizzato per la primissima volta nella prima lettera di Giovanni (2,18.28), in cui il presbitero autore del testo afferma che si sta vivendo “un ultima ora” caratterizzata dalla nascita di “molti anticristi”. Nel testo greco manca l’articolo determinativo e si può cosi affermare che l’intento dell’autore non sia quello escatologico: non si sta parlando dell’ora alla fine dei tempi, bensì di un’ora decisiva. Questo rispecchia pienamente l’ambito giovanneo in cui si colloca il testo: per Giovanni ogni ora è decisiva, ogni ora è “un’ultima ora”, perché in ogni momento della vita il discepolo è chiamato a dare la propria testimonianza. L’anticristo, infatti, viene così definito: “Chi è il mentitore se non colui che neghi dicendo che Gesù non è il Cristo? Questi è l’anticristo, il negatore del Padre e del Figlio” (1Gv 2,22), “Molti ingannatori uscirono nel mondo, i quali non confessano Gesù Cristo che viene nella carne. Questi è l’ingannatore e l’anticristo” (2Gv 7).

L’anticristo è il negatore della divinità di Gesù: l’autore si riferisce alle correnti ereticali presenti allora (che oggi si ripropongono come sette/movimenti religiosi), le quali affermano che Gesù non è Dio o al massimo un dio minore, che quindi Dio non si è incarnato, non ha sofferto, non è risorto. Questa attrazione per difendere Dio dalla carne (questo è il problema: una visione negativa della materia) c’è purtroppo ancora oggi e lo “scandalo” di Dio che si fa carne, colpisce ancora molti di noi. Ma se Dio non si fa carne, la nostra salvezza non è realizzata; dice infatti Gregorio di Nazianzo nella Lettera a Cledonio: “ciò che non è assunto, non è salvato”. Sarà solo con Ireneo prima e Agostino poi, che la figura dell’anticristo passerà da un contesto eresiologico ad uno escatologico, tramutandosi in Anticristo, anche se – soprattutto in Agostino – vi sarà la ripresa del tema anti-ereticale.

Dal riferimento al Libro dell’Apocalisse da cui ho voluto cominciare questo testo si ricava un aspetto positivo e uno negativo: purtroppo, ancora molti cristiani sono convinti che la fine del mondo sarà un bel teatro in cui vedremo bestie infernali scontrarsi con angeli divini; di positivo, che possiamo riscoprire il valore di questi testi come annuncio di una salvezza realizzata e compiuta una volta per tutte sulla croce e mediante la risurrezione e possiamo scoprire come l’ultima ora è questo preciso istante in cui, nonostante la pandemia, siamo chiamati a riconoscere che Dio si è fatto uomo e a testimoniare la salvezza operata dall’Uomo-Dio Cristo Gesù.

[1] Per un maggior approfondimento sulla figura dell’Anticristo: G. Potestà – M. Rizzi (a cura di), L’Anticristo, vol 1 a 3, Fondazione Lorenzo Valla/ Arnoldo Mondadori.