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Agorà

Davanti al dramma della pandemia

Da Bergamo, la mia città

di AUGUSTO FUMAGALLI

C’è un luogo in Italia che, più volte, vide la devastazione ma sempre il tempo fu testimone della sua rinascita. È l’Abbazia di Montecassino, fondata da san Benedetto, che fu distrutta prima da Longobardi nel 580, poi dai Saraceni nell’883, successivamente da un terremoto nel 1349 ed infine dai bombardamenti delle truppe alleate nel 1944. Da questa storia di continue morti e rinascite, il monastero trasse il proprio motto: “succisa virescit – recisa rinverdisce”.

Colonne di morte

Ho voluto trarre lo spunto di avvio per questo articolo dalla storia dell’archicenobio, perché mai come in questi giorni si rivela vero quel detto: tagliata alla radice, torna a rinverdire.
Cosa? L’umanità! Si, perché acerrima nemica dell’uomo è la morte e mai come in questi giorni assistiamo all’inesorabile avanzare della sua tenebrosa ombra sulle nostre famiglie, le nostre città… i nostri cuori. Scrivo queste righe da Bergamo, la mia città, tristemente nota per essere la città con forse più contagi e decessi; scrivo dopo aver visto l’ennesima colonna di camion dell’esercito che trasportavano diverse salme in altre città per esser cremate.
Mai come in questo periodo l’uomo moderno potè sperimentare la propria fragilità, la propria debolezza ed incapacità di controllare ogni cosa, sebbene sia ciò a cui, dal tempo della Torre di Babele, tanto aspira. Nel secolo scorso ci son state due guerre mondiali, terribili, erano però opera degli uomini; ma questo virus, come la peste, non può essere controllato dall’uomo, non può esser scovato o evitato, è invisibile e colpisce tutti in modo eguale.

L’inizio della primavera

Non dobbiamo però essere miopi nel vedere solo quanto di triste e doloroso avviene in queste ore, ma – senza ipotecare od obliterare il dramma della morte, che resta ineludibile – è necessario affinare un grado di vista più alto, per poter scorgere in queste ore di tristezze e amarezza il primo rinverdire della vita che torna a fiorire. È proprio in queste ore che si rende palpabile un grado di umanità che, forse, solitamente non siamo abituati a vivere o che è spesso dimenticato; ora possiamo riscoprire la preziosità di gesti che talvolta diamo per scontato, la bellezza della fraternità che lega ogni uomo all’altro. Il dominio della morte ci invita a riflettere sulla vanità di tutto ciò che troppe volte riteniamo essere l’elemento centrale per il mondo: il nostro ego. Il venir meno dei molteplici impegni che costellano la frenetica vita abituale, ci propizia un tempo di pausa in cui ognuno possa fermarsi e, riflettendo su sé e la propria vita, riportare alla memoria i luoghi di morte presenti in ciascuno: i rapporti interpersonali in cui il virus dell’ego ha generato chiusura e morte; i dinamismi in cui la ferita originaria della nostra fragilità ha comportato la formazione di un deserto, nel quale amore e vita non trovano posto per essere.
Affinare lo sguardo
Quando ci si trova in una grotta viene benedetta l’apertura che, nella roccia, lascia penetrare la luce, perché è proprio quello spiraglio che permette allo speleologo di vedere, in mezzo a tanta oscurità. Come in una grotta, affiniamo lo sguardo, nonostante sia difficile passare dal buio alla luce, perché sappiamo scorgere quel raggio luminoso che, attraverso la ferita del Covid-19, penetra nella nostra umanità: la luce di molti dottori, infermieri e personale tutto che si offre e si espone al pericolo, pur di potersi prendere cura di quanti sono colpiti dal flagello; la luce di molte persone di buona volontà che, in diverso modo, si rendono vicini a chi soffre per la morte delle persone care o per il peso insopportabile della solitudine; la luce di una natura che, nonostante tutto, mette i primi fiori.

Sperare contro ogni speranza

Ne La malattia mortale Kierkegaard afferma come la vera malattia, che provoca morte e che è trasversale ad ogni uomo, sia la disperazione. Giotto la raffigura, nella serie di Vizi e Virtù della Cappella degli Scrovegni, come una donna impiccata con le mani contratte dal dolore e il demonio che le strappa i capelli dal capo. Suo opposto è la speranza: non una vana speranza, ma quella che trae il proprio essere dalla costatazione di quanto di bene già avviene in mezzo alla vastità del male; speranza che nasce da quel raggi di luce che già prima abbiamo riportato e da molti altri che non conosciamo e restano nel segreto.
L’appello che è necessario rivolgere ad ogni uomo oggi è che, senza dimenticare il dramma della morte che miete inesorabilmente vittime, ma proprio a partire da quello, ci si possa fare profeti della speranza, uomini capaci di cogliere nel buio della morte la premessa perché la luce splenda più luminosa, di vedere nell’oscurità del sepolcro quelle bende e quel sudario piegati, segni di un’Assenza portatrice di Vita.
È da una ferita nella terra, che sboccia il fiore.