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Agorà

Festa della Liberazione (25 aprile)

Di che liberazione si tratta?

di AUGUSTO FUMAGALLI

«È estremamente importante sapere se la società nel significato corrente del termine è il risultato di una limitazione del principio che l’uomo è un lupo per l’uomo, o se al contrario provenga dalla limitazione del principio che l’uomo è per l’uomo» (Levinas, Etica e infinito, 2014)

Italian partisans associated with the Partito d’Azione during the liberation of Milan. (Photo by Keystone/Getty Images)

25 aprile 2020, settantacinque anni dalla liberazione e credo sia necessario interrogarsi su quale società si stia costruendo, su quale sia la liberazione che bisogna attuare. 

Celebrare la liberazione del suolo italiano non può essere solo un gesto rituale, una commemorazione da ottemperare, un debito da pagare alla memoria. Non può nemmeno essere una mera contrapposizione tra destra e sinistra, tra nazisti e partigiani: il debito della storia va assolto, senza sminuire – né tantomeno dimenticare – il sacrificio di chi si è immolato per il bene della patria, il dolore atroce che riguardò il popolo ebraico, gli omosessuali, i diversamente abili, gli zingari; ma al contempo senza obliterare gli eccessi di violenza che anche il liberatore può aver commesso (il beato Rolando Rivi, don Umberto Pessina, l’eccidio di Schio ne sono simbolo). Che cosa fare di fronte agli errori della storia e ad una celebrazione che rischia di far scordare che, anche nel grande bene compiuto, si racchiude del male? 

Historia magistra vitae, ci ricorda Cicerone: dobbiamo celebrare la liberazione per comprendere il male che per molti anni ha sconquassato il mondo intero, ad opera dei vari totalitarismi che si svilupparono in tutto l’orbe, per riconoscere che a volte con la nostra pretesa, giustificata, di fare meglio, dimentichiamo il bene: combattiamo il male, ma lo facciamo con la sua stessa struttura d’azione. La vendetta e l’odio (anche verso i nemici politici, anche verso chi fa il male più atroce) non son mai giustificati, ci parificano al loro livello: è il famoso magis che insegna Gesù di Nazareth, l’avete inteso che fu detto, ma io vi dico... La nobiltà dell’indignazione di fronte al male, la necessità di agire in contrasto ad esso vanno preservati, ma c’è un come che eccede: chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte

La liberazione non è qualcosa di compiuto, di terminato nel passato, perché la guerra non è solo quella che caratterizzò gli anni del Novecento o che caratterizza oggi solo alcune aree del mondo. La guerra è qualcosa di più subdolo, la guerra è il Male e – come egli – si nasconde, si cela. Suo luogo preferito – luogo preferito del Male – è il cuore dell’uomo, il suo intimo. 

Questo luogo così segreto, così nobile, rischia di diventare la posizione strategica del Male, della guerra, della divisione. Questo è il luogo che continuamente, ogni giorno e ogni istante, va liberato ed è in questo senso, io credo, che vada celebrata la giornata di oggi, perché il ricordo non sia sterile, perché le celebrazioni non siano fatte solo di parole. 

Quante guerre ancora oggi sulla faccia della terra, tra nazioni, tra paesi, tra vicini di casa, tra parenti e dentro il singolo individuo. Guerre che possono essere di varia natura: politica, economica, sociale, razziale (ieri si è commemorato il Medz Yeghern – Grande Male, ossia il genocidio armeno). Ciò che le accomuna tutte è una sola cosa: l’ego, la pretesa egotica di essere il meglio, il perno e il sole del mondo. 

Ecco dunque la liberazione che s’ha da compiere: la liberazione di noi stessi dal nostro ego, dalla pretesa adamitica di essere Dio, dalla pretesa caina di esser meglio del fratello. L’ego, fonte di odio, di rancore, di vendetta, di insaziabile pretesa, venga sacrificato e lasci spazio alla responsabilità, al farsi carico dell’Altro: non combattiamo ciò che riteniamo male con il Male, ma lasciamo spazio all’Amore decentrato, all’Amore proprio di chi si è svuotato di sé.