Di chi sei prossimo?XV domenica Tempo Ordinario C
Commento alla parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37)
Il famoso brano del buon Samaritano che la liturgia ci propone, inizia con una serie di domande rivolte da un dottore della legge a Gesù: che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Chi è il mio prossimo?
Chi fosse il prossimo era oggetto di discussione delle scuole rabbiniche al tempo di Gesù: compatriota, proselito?
Gesù va al cuore di questa discussione con la parabola che abbiamo letto. L’atteggiamento dei primi due (sacerdote e levita) è quello di passare oltre. Il verbo greco significa passare dall’altra parte, il più lontano possibile.
L’atteggiamento del Samaritano – raccontato nei particolari – è quello della compassione. Paradossale: è la compassione dello straniero verso l’uomo caduto in disgrazia.
Nel Vangelo di Luca troviamo il termine compassione altre due volte: l’atteggiamento del padre verso il figlio che se ne va di casa e poi ritorna (Lc 15) e l’atteggiamento di Gesù a Nain verso la madre che porta il suo figlio unico morto al cimitero. (Lc 7,13). Anche Gesù è come il buon Samaritano.
Alla fine della parabola di oggi, la domanda è capovolta: non è necessario sapere chi è il prossimo, ma “di chi io voglio essere prossimo”: Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo?
Che prossimo voglio essere, che prossimo sono, che prossimo siamo come comunità cristiana?
I sacerdoti e leviti hanno fatto dipendere l’amore dalla legge, il samaritano dalla responsabilità, verso una persona fragile.
“L’amore non ha barriere e non si nasconde dietro leggi o convenienze” (M. Grilli, Sulla via dell’incontro, 179).
Che risposta daresti a Gesù che ti domanda: di chi sei prossimo oggi?


