Comunità Italiana Freiburg |

Standpunkt

La fede ai tempi di pandemia

“Dirsi” o “diventare” cristiani?

di MONICA CANTIANI

Sarò disobbediente. Anzi per qualcuno probabilmente eretica. O perlomeno quella che – si dice a Roma- se la canta e se la sona.

Abbiamo ascoltato, forse, e abbiamo parlato a dismisura, questo sicuramente, di quello che sta accadendo del Coronavirus, delle nostre vite relegate e cambiate, dei provvedimenti che ci salvano, sì, ma che nello stesso tempo ci limitano.

In questo contesto, in pubblico parlano in realtà solo gli scienziati, di varie e molteplici discipline dai virologi ai sociologhi, dagli statistici agli psichiatri, e via discorrendo, e i politici (possiamo ancora chiamarli così? Per la Treccani la politica è “la scienza e l’arte di governare” mah). I primi dando numeri sull’oggi e interrogativi su come saremo dopo; i secondi dando norme e regole di comportamento sotto l’egida del ‘salviamoci la vita’ senza tuttavia aggredire i problemi in modo sistemico e globale. (Un esempio per tutti le scuole chiuse tuttavia si torna a lavorare. E i bambini? Oppure le scuole si riaprono con metà studenti a scuola e metà a casa. E quelli a  casa con chi stanno? Proprio in questi giorni si moltiplicano i video, i post sui social, le lettere di genitori e bambini che chiedono appunto di essere presi in considerazione).

Cosa dicono le Chiese?

Come hanno usato e sfruttato questo tempo per parlare all’umanità?  E per pensare a cosa diventano chiesa e comunità in questo mondo che muta? 

Forse so poco delle altre chiese o religioni tuttavia la grande stampa non ha riportano assolutamente nulla se non limitazioni a feste o riti pubblici e di massa. E la Chiesa cattolica? Ahimè.

Abbiamo già parlato nel precedente articolo di come preti e vescovi hanno interpretato il loro ruolo di pastori nella preghiera. Oggi è di dominio pubblico di come la CEI ha interpretato il suo ruolo di voce e ‘guida’ di tutta la comunità italiana. Io sono sconcertata. Poi, analizzando tempi e modi, mi è venuta un po’ di …vogliamo chiamarla malafede? O dietrologia? Comunque un pensiero si è formato. Non può essere successa una cosa del tipo:  io Governo, nonostante le vostre richieste, devo emanare un decreto che sia uguale per tutti però ti avverto e ti dico ‘se rispondete in modo forte e perentorio sarò costretto a prenderne atto e mediare una soluzione’?. Così quasi in contemporanea esce il Decreto del Governo e la replica della CEI. Fuori misura, fuori contesto, con argomentazioni fuori luogo. Eppure ci si deve confrontare. Così si apre un tavolo di conciliazione e si ipotizzano misure di riapertura, non delle chiese che già erano aperte, ma delle messe e affini.

Una delle argomentazioni è stata che il popolo di Dio non può fare a meno dei propri riti e dell’eucarestia pena la sua dissoluzione e disgregazione a causa della mancanza del ‘pane di vita’.

Davvero?

Non credo vi siate scordati del Sinodo per l’Amazzonia avvenuto solo ad ottobre scorso. Durante quel Sinodo sono stati in molti a portare la sofferenza di intere popolazioni che, a causa del territorio particolare di quella terra e della scarsità di ministri ordinati, vivono in continua astinenza dal famoso ’pane di vita’ e dalla presenza di una figura che insieme a loro condivida il calore, il conforto, l’amore del Signore. Di fronte a questo grido del popolo di Dio ( popolo dello stesso valore e importanza per Dio di quello italiano, spero bene!) molte sono state le proposte basate sulla realtà e sulla vita di quelle terre e di quelle persone. Per esempio di ‘ordinare’ preti anche fra persone sposate e di dare più riconoscimento e valore alle donne che già si fanno carico di intere comunità. Come è stato ascoltato e compreso questo grido? Be’ lo sapete ed è meglio che contenga il mio sdegno.

Certo in quel Sinodo non c’erano solo i vescovi italiani e quindi non si può imputare solo a loro una specie di due pesi e due misure, tuttavia perché ci si può permettere di sostenere quello che si sostiene in quel comunicato della CEI e disattendere completamente le stesse necessità – secondo loro – dall’altra parte del mondo? 

Altra argomentazione è stata la ‘violazione della libertà di culto’. Ovviamente solo quella dei cattolici. E di quelli di altre fedi? Be’ lo chiedessero loro, potrebbero dire i nostri Pastori. Grande spessore di solidarietà, di interesse reciproco, ma anche, nello stesso tempo,  piccola visione strategica. Magari unire le voci avrebbe avuto più impatto. Ma no, noi possiamo alzare la voce perché siamo protetti dallo scudo di relazioni pregresse,  perfino dai patti lateranensi… che aberrazioni.

Tutto questo pretendere poi per che cosa? Per celebrazioni eucaristiche che prevedono distanze, sanificazioni, mancanza di scambi di pace, di prossimità, assenza di vera comunione di corpi, distribuzione di ostie fatte in che modo? Perché dovremmo ‘fidarci’ di chi la porge – come a mani nude? con i guanti? Con la mascherina? – e di chi la riceve – con la mascherina? A quanta distanza dal prete? Sulle mani nude o con i guanti? -. 

La CEI, a valle di tutto quello che sta accadendo,  avrà incaricato qualcuno di elaborare un pensiero su come mutare in un mondo che muta? Su come valorizzare e rielaborare concetti come chiesa domestica, come importanza della Parola anche come nutrimento del corpo e dello Spirito? Su come abitare l’essere nel mondo?

All’incirca nella seconda metà del secondo secolo dopo Cristo (gli storici non sono riusciti a dare una datazione certa) un anonimo scrisse una lettera ‘A Diogneto’ (un pagano dell’epoca) rispondendo ad alcuni quesiti su chi fossero i cristiani. Piccolo testo tuttavia ricco di riflessioni profonde e molto molto attuali. L’autore descrive i cristiani come persone che abitano il mondo senza averne a cuore ‘gli idoli’ che lo caratterizzano. Ma soprattutto sottolinea il fatto che sono persone assolutamente uguali alle altre, che non si distinguono né per modo di vestire, né per lavori, né per usi e costumi. Persone che vivono in relazione agli altri e che vivono nel mondo, pur non appartenendovi, esattamente come gli altri. Come mai adesso invece vogliamo pretendere trattamenti diversificati e concessioni ‘fuori norma’? Perché dovremmo poter esercitare noi il diritto all’adunanza e invece riti collettivi, necessari per chi vi partecipa, come manifestazioni e concerti essere assolutamente vietati?

Quando faremo il passaggio da dirsi cristiani a diventare cristiani?

Io sarò disobbediente, come dicevo all’inizio. Non parteciperò a nessuna eucarestia, in presenza,  finchè non si potrà farlo come una comunità anche di corpi e non solo di menti. E quando il farlo non rischierà di arrecare danno a nessuno. E nemmeno mi confesserò per questo. Non solo perché per farlo sarebbe necessario il pentimento che io non avrei, ma perché il mio essere adulta nella fede comporta anche la libertà di coscienza di fronte a prese di posizione di cosiddetti pastori e guide. E potrò farlo nella piena consapevolezza che saltare qualche pasto di ‘pane di vita’ non distruggerà né la mia fede né il mio cammino con lo Spirito, per lo Spirito e nello Spirito.

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (…) Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. “ (Rm. 8)