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Agorà

Interpretare fatti storici

Tra peso della memoria e della coscienza

di AUGUSTO FUMAGALLI

Sicuramente nei millenni che ci han preceduto, per lo meno fino a qualche secolo fa, l’Occidente europeo ha esercitato un grande dominio, non solo a livello politico, ma anche a livello culturale sul resto del mondo. A motivo di diversi fattori, basati forse soprattutto sui progressi della tecnica nelle diverse declinazioni che essa può assumere in una società, l’uomo europeo si è sentito per molto tempo il padrone del mondo, colui che più degli altri poteva vantare il diritto di esercitare un certo predominio sul resto del mondo, proprio in virtù di una presunta superiorità. Col passare dei secoli poi, questa idea è venuta disfacendosi e assistiamo, in modo particolare oggi, ad una repulsa da parte di tutto ciò che è “proprio” della nostra cultura, per lasciare spazio a ciò che è “differente”. E così, per esempio, se uno, cercando di raccontare la storia delle Crociate o dell’Inquisizione, dice che forse quelle idee fortemente negative che ci si è fatti, non sono poi così storicamente fondate, si sente accusare di “aver paura del diverso”.

Quello a cui assistiamo, mi pare – non sono antropologo, quindi parlo a titolo personale, al massimo con uno sguardo che cerca di essere storico-filosofico – è un grande senso di colpa che, alcuni europei, provano di fronte alla storia. Può essere fondata come sensazione, ma non deve diventare l’unico punto di vista, perché la Storia è qualcosa di nobile e sacro che va rispettato e conosciuto.

Se ad alcuni viene rimproverata, sensatamente o meno, la paura del diverso, mi pare che sia innegabile che altri abbiano paura del proprio; si guarda alla propria storia, magari con scarse conoscenze in materia, con uno sguardo negativo, che si sente colpevole e si auto-castiga. Teniamo l’esempio delle Crociate: molti, di fronte alla barbarie del terrorismo islamico (pensiamo ai 21 martiri copti trucidati pochi anni fa), sogliono affermare: “ma anche noi abbiamo fatto le Crociate e l’Inquisizione!”. Questo è vero, anche noi abbiamo brandito le armi, ma se taluni che commentano in questo modo avessero conoscenze più adeguate in storia medievale e non solo, saprebbero differenziare diversi problemi. Anzitutto servirebbe tematizzare il grande colpo che la diffusione dell’Islam ha causato nella mente di un Mediterraneo quasi totalmente cristiano che si vedeva sottrarre, via via sempre più, territori all’interno di quella che fu la culla del cristianesimo, sede delle più vivaci dispute teologiche. Sarebbe poi necessario andare alla scoperta del retroterra che portò il papa Urbano II ad indire la prima crociata a Clermont-Ferrand nel 1095 (le crociate nascono come movimento di difesa dei pellegrini che venivano trucidati e sostegno all’imperatore bizantino Alessio I che vedeva minacciata la vita della propria popolazione). Un altro tema da affrontare è la pacifica convivenza che vi fu per un certo periodo in Gerusalemme, tra cristiani e musulmani. Proseguendo poi nella tematizzazione dello sviluppo delle crociate nelle loro diverse forme, anche negative. E via dicendo…

Quel che si vuole dire è che quando si affronta la Storia, bisogna farlo in maniera attenta e preparata, e quando si parla di fatti che risalgono a secoli o anche solo a decenni passati, è necessario mantenere un certo sguardo oggettivo, che si sforzi di cogliere le diverse dinamiche e mentalità proprie dell’epoca che si vuole analizzare. Un altro esempio che si potrebbe addurre è l’affermazione di Mentana circa i rapporti nazismo-cattolicesimo: anche in questo caso, si è dimostrata una scarsa conoscenza storica che porta poi a semplificazioni travianti e erronee (e a problemi diplomatici).

Da questo modo errato di procedere, si sviluppa una sorta di senso di colpa, per il quale l’Europa si sente “colpevole” non solo dei fatti del passato, ma ancor più di ciò che dal passato è giunto fino a noi, in particolare la cultura. Non è un caso che oggi si verifichi un grande interesse per tutto ciò che viene dalle altre culture, orientali o no, mentre manca una profonda conoscenza di quella tipicamente italiana o europea; non è un caso che ci fu un acceso dibattito circa il rimando alle radici cristiane dell’Europa; non è un caso che ogni volta che si parla di Medioevo o di rapporti cristiani-musulmani, ci si soffermi sempre su crociate e via dicendo. Sia chiaro: non intendo affermare che l’interesse e la stima per le altre culture sia qualcosa di negativo, anzi! ma come direbbe Cartesio: se si passa troppo tempo a viaggiare, si finisce col diventare stranieri nel proprio paese (Discorso sul Metodo, parte prima). Se si è più attenti a ciò che proviene da altri luoghi e non si è consapevoli dei fondamenti della propria cultura e storia, anzi ce ne si sente (talvolta erroneamente) in colpa, si finisce col non incontrare realmente nemmeno l’altra cultura. Se manca una conoscenza di sé e del proprio passato, o lo si guarda con occhi posteriori e solo negativi, quindi in modo storicamente infondato, viene annullata ogni differenza, e così si è assorbiti in una cultura che non mantiene più la bellezza e la ricchezza delle forme differenti. In particolare, la Storia non può essere valutata oggi con le stesse lenti con cui guardiamo al presente, ma è necessario collocarsi retrospettivamente anche nel punto di vista di coloro che il passato lo han vissuto, degli europei dell’XI sec, mantenendo la consapevolezza che ciò risulta comunque una forma riduttiva delle varie sfaccettature del passato.

In conclusione. Una più consapevole conoscenza del passato, uno studio di ciò che ha portato a certi eventi e convinzioni, una maggior comprensione di ciò che ha formato la nostra cultura, può aiutare ad acquisire uno sguardo più oggettivo e veritiero sulla Storia e sull’Europa, liberandoci da certi infondati sensi di colpa e portandoci ad un atteggiamento di responsabilità: conosco la Storia, la assumo in modo critico, ne faccio tesoro.