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Agorà

Reagire alle sofferenze

Fragili ma liberi

di AUGUSTO FUMAGALLI

Settembre 524 d.C., il maestro di palazzo del regno romano-goto di Teodorico, Severino Boezio, viene incarcerato a Pavia, accusato ingiustamente di complottare contro il re. È in questo periodo che egli compose la Consolazione della filosofia, un’opera che, a partire dagli avvenimenti autobiografici, si prospetta come un’indagine filosofica su diverse tematiche: la fortuna, il sommo bene, il male, la prescienza divina e la libertà dell’uomo.

Nel primo libro di quest’opera, in cui l’autore espone la propria sofferenza di fronte all’ingiusta accusa, inizia il confronto con la personificazione della Filosofia, la quale ad un certo punto, per vincere il silenzio e le lacrime del filosofo, si rivolge a lui dicendo: «Perché prorompi in lacrime? “Parla, non nasconderlo nella tua mente[1]. Se attendi l’opera del medico, devi scoprire la ferit[2].

Di fronte alla sofferenza fisica o morale

La reazione di Boezio di fronte al dolore è quella che, più o meno, tutti gli uomini hanno: ci si chiude su di sé, ci si isola entro il proprio dolore, lo stesso dal quale però si vorrebbe al contempo scappare. Quando si viene feriti, l’istinto di difendersi e proteggersi da ogni cosa, è la reazione normale che sorge spontanea; questo vale non solo per il dolore fisico, ma soprattutto per quando ad arrecarci sofferenza è la vita, con determinati avvenimenti, o le altre persone.

Se si viene traditi una volta, quella successiva sarà difficile riuscire ad offrire la stessa fiducia; se ci si sente usati, si guarderà all’altro con una certa diffidenza; se c’è una parte dell’uomo che egli sa essere più fragile, allora farà di tutto per mostrarsi più forte ed autonomo. Così, a poco a poco, il comportamento si generalizza e si diventa diffidenti verso ogni persona, perché si ha paura che possa ripetersi l’avvenimento che ci ha fatto soffrire.

La ricerca di soluzioni

È l’eterna lotta tra fragilità e rigidità; tra la libertà di chi non ha paura di fare i conti con la propria debolezza e chi soccombe sotto la paura; la leggerezza di chi alla diffidenza preferisce sempre la fiducia; tra l’offrire all’altro e a se stessi una seconda possibilità, e il trincerarsi dentro il proprio dolore e la sterile frase “sono fatto così”: la lotta tra audacia e codardia.

Si sa, però, che “la lingua batte, dove il dente duole” e nonostante si faccia di tutto per allontanare la sofferenza, non vi sarà alcuna via di scampo, finché ci si rinchiude entro le proprie mura difensive, almeno fino al momento in cui l’auto-assedio cui ci si sottopone non determinerà il crollo della città interiore.  Sorge la domanda: esiste una terza via? Una via mediana tra audacia e codardia? Un luogo in cui si possa mostrare la ferita, affinché il medico la risani?

L´amore che risana

Sì, un posto esiste: il luogo dell’amore, spazio intimo e delicato che si istituisce nel medio di due libertà che decidono di costruire, su quella terra di nessuno che li divide, una casa comune. Qui l’uno diventa medico dell’altro, offrendogli la medicina che genera speranza: l’amore, l’offerta della propria vita per e all’altro (agapè, l’amore oblativo).

Allora serve coraggio: per uscire dalla propria fortezza ed incontrare l’altro sulla terra di mezzo; per lasciarsi curare e mostrarsi nella propria fragilità; per vincere il solipsistico ritornello “son fatto così” o “faccio da me” e lasciare che l’altro mi tenda la mano; per lasciare che l’amore mi cambi: sì, l’amore o mi fa nuovo o non è amore.

La novità dell’Amore, l’abbattere le mura di difesa che ergiamo attorno a noi stessi, non per cattiveria, ma per paura, perché già tante volte siamo stati feriti.

Una storia, la nostra, che torna a rinverdire grazie alla leggerezza dell’amore.

Una promessa che attraversa la Storie e le storie: «La tua ferita si rimarginerà presto»[3].

[1] Parole di Teti ad Achille (Il.I,363)

[2] Boezio, La consolazione della filosofia I.4.I, UTET Torino 1994, pag. 96: «Quid fles, quid lacrimis manas? Ἐξαύδα, μὴ κεῦθε νόω. Si operam medicantis expectas, oportet vulnus detegas».

[3] Is 58,8.