Comunità Italiana Freiburg |

Standpunkt

Il Sinodo panamazzonico

Il Buon vivere

di MONICA CANTIANI

E’ la seconda settimana del Sinodo per l’Amazzonia. Cosa riuscirà a scuotere? In che modo i padri sinodali si lasceranno trasformare dai dati, dalla realtà, dal grido che sale da quella terra e da quei popoli? E’ ancora presto per dirlo.

I tre verbi del Sinodo

Tuttavia delle cose per noi, per chiunque “noi” che è al di fuori delle ‘segrete stanze’ già si possono dire. 

Dal documento di lavoro iniziale del Sinodo (Instrumentum laboris) estraggo (tutti i passi in corsivo sono tratti da quel documento):

  Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e rimparare. Questo cammino richiede uno sguardo critico e autocritico che ci permetta di identificare ciò che dobbiamo disimparare, ciò che danneggia la Casa Comune e i suoi popoli. Bisogna fare un viaggio interiore per riconoscere gli atteggiamenti e le mentalità che impediscono la connessione con sé stessi, con gli altri e con la natura; come diceva papa Benedetto XVI, “I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”.[45] Questo processo si lascia ancora sorprendere dalla saggezza dei popoli indigeni. La loro vita quotidiana è testimonianza di contemplazione, cura e rapporto con la natura. Loro ci insegnano a riconoscerci come parte del bioma e corresponsabili della sua cura oggi e nel futuro. Dobbiamo quindi rimparare a tessere legami che assumano tutte le dimensioni della vita e ad assumere un’ascesi personale e comunitaria che ci permetta di «maturare in una felice sobrietà» (LaudatoSi 225)”

Quei tre verbi iniziali, sottolineati, già da soli valgono tutto il lavoro di questi giorni. Sia per le nostre vite quotidiane che per la vita della Chiesa.

Conversione è disimparare. Disimparare a vivere come fossimo padroni del creato e non custodi. Disimparare a vivere come fossimo individui slegati l’uno all’altro e non persone in relazione e interdipendenti. Disimparare a credere che siamo salvi per meriti e non per grazia. E lasciatemelo dire, disimparare buona parte della dottrina che da sempre ci smerciano come Parola di Dio e che altro non è che parola di uomini.

Conversione è imparare. Imparare dagli ultimi, imparare dai popoli indigeni, in questo caso, cosa è vivere: “La ricerca della vita in abbondanza da parte dei popoli indigeni amazzonici si concretizza in quello che essi chiamano il “buon vivere”.Si tratta di vivere in “armonia con sé stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, perché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non esiste chi esclude né chi è escluso, e che tra tutti si possa forgiare un progetto di vita piena”.

Conversione è rimparare.  Rimparare che Dio è, per ora in modo misterioso e alla fine dei tempi in modo glorioso, tutto in tutti e quindi che siamo tutti fratelli e sorelle, sotto lo stesso sole e sopra la stessa terra; che non ci sono, agli occhi di Dio e quindi dovrebbe essere anche ai nostri occhi, degni e non degni, e che anzi chi è degno per Lui è indegno per il mondo; che l’essere in relazione con il creato e con l’altro è una categoria umana fondamentale; che “l’apertura non sincera all’altro, così come un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo, sono distruttivi di quello stesso credo.” 

I tempi di Dio e degli uomini

E’ un Sinodo che interroga su quale sia il tempo di Dio, oggi.

Si parla di riconoscere e nominare ministeri e carismi ancora in ombra: sacerdoti sposati, donne, laici consapevoli. Qual è il tempo di Dio in questo?  E’ il tempo della chiusura su vecchi arroccamenti o quello di aprire finestre, cuori e anime al soffio dello Spirito che oggi si fa sentire tramite il grido di chi viene derubato delle proprie terre e delle proprie risorse (indigeni), del proprio futuro (giovani), dei propri carismi e specificità (donne)? E’ il tempo di ascoltare dalle strade e dalle piazze, da terre lontane e popoli lontani, da  chi non ha potere e voce o di rimanere chiusi con chi – mentre le Chiese si spopolano – si considera, da fariseo e non da pubblicano, meglio degli altri, più santo, più in diritto di parlare, di giudicare, di dire chi va bene e chi no, chi ha diritto di accostarsi alla Mensa e chi no, di poter parlare di amore e misericordia e chi no?

 “Nel territorio amazzonico non ci sono parti che possano sussistere da sole e solo esternamente collegate, ma piuttosto dimensioni che esistono costitutivamente in relazione, formando un tutto vitale. Il territorio amazzonico offra quindi un insegnamento vitale per una comprensione integrale dei nostri rapporti con gli altri, con la natura e con Dio, come propone Papa Francesco (cf. LaudatoSi 66).”

Una comprensione integrale dei nostri rapporti con gli altri, con la natura e con Dio. Sembrano oscenità in un mondo come quello di una grande piazza di Roma, sabato scorso, dove le forti parole d’ordine erano “ siamo qui perché contano prima i fatti nostri”.

In questo tempo, in questo mondo che sembra sempre meno il tempo e il creato di Dio cosa siamo noi cristiani?

Siamo sale e lievito, siamo la luce di Dio che risplende sui nostri volti, siamo la misericordia che scuote nelle viscere,  siamo quelli che cercano la moneta e la pecorella perdute, siamo quelli che offrono l’acqua viva per la quale non ci sarà mai più sete?

Questo Sinodo interroga profondamente il nostro stare al mondo e nel mondo, il nostro rapporto con il creato, le nostre relazioni con l’altro e con gli altri. Lasciamoci interrogare.