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Agorà

Mostra del Tintoretto a Lecco

Il silenzioso frastuono della novità

di AUGUSTO FUMAGALLI

Una finestra aperta, per certi versi scardinata: questo il dettaglio che mi ha colpito dell’Annunciazione del doge Grimani (databile intorno al 1582-1587), del noto maestro veneziano Tintoretto. Quest’opera, appartenente ad una collezione privata, è protagonista di una mostra presso il Palazzo delle Paure di Lecco. Rappresenta la tradizionale scena dell’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria: l’angelo è entrato spalancando un’anta della finestra e addirittura rompendo il chiavistello. Proprio questa rottura ha attirato la mia attenzione.

Maria, prima dell’arrivo dell’arcangelo, si trovava indaffarata nelle quotidiane occupazioni domestiche: si possono notare la presenza di una cesta con all’interno dei panni, di un gomitolo che la veemenza del volo dell’angelo ha fatto cadere a terra, del cuscino da ricamo tipico delle donne veneziane. Gabriele giunge da lei, apre di colpo la finestra e Maria si porta, prontamente, sull’inginocchiatoio nell’atteggiamento di chi si pone in ascolto.

Tra routine ed evasione

Ecco l’importanza della quotidianità, che molte volte ci risulta pesante, monotona; spesso vorremmo “evadere” dalla solita routine, perché ci pare che essa ci privi della nostra stessa personalità, ci riduca ad un ingranaggio. Pascal afferma nei suoi Pensieri (205): «Ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, in una camera»[1]. E portando l’esempio del re, mostra come sia necessario all’uomo lo svagarsi, il non pensare alla propria situazione: è il divertissement l’unico modo che egli possiede per essere felice. Se infatti stesse a riposo pensando, subito lo coglierebbero diverse paure (pericoli, malattia, morte…) o addirittura la noia, lo spleen decadente tipico di Baudelaire; ma «l’uomo, per quanto sia pieno di tristezza, se si riesce ad attirarlo in qualche divertimento, eccolo felice finché dura il divertimento »[2].

Solo il divertimento sembra essere, secondo gli uomini, la causa della felicità, ma lo stesso Pascal denunzia l’esteriorità su cui essa si fonderebbe. Se il motivo della mia gioia viene da ciò che mi provoca diletto, viene da fuori di me, non è in mio potere ed è invece soggetto alla fortuna. Quest’ultima, come ricorda Boezio nel De consolatione philosophiae, è per sua stessa natura mutevole, incostante e dunque incapace di garantire una serenità perenne.

Pascal porta infine l’attenzione al compimento della vita umana: «Corriamo, senza darcene pensiero, nel precipizio, dopo esserci messi innanzi qualcosa che ci impedisca di vederlo. […] Alla fine ci gettano un po’ di terra, ed ecco, è finita per sempre»[3].

Lo straordinario nel quotidiano

L’opera del Tintoretto, invece, si mostra come un appello alla quotidianità, all’abitare ogni istante dell’esistenza senza volerne fuggire, perché è proprio quell’apparente monotonia quotidiana il luogo della novità e dell’inaudito, il luogo in cui la vergine partorisce e il trascendente si immanentizza. Quella finestra spalancata con forza, quel chiavistello rotto sono l’immagine dell’irruzione dello “stra-ordinario” nella vita dell’uomo; ma non è possibile alcuna novità all’interno della distrazione, perché è nel silenzio frastornante della ferialità che si rende udibile il frastuono silenzioso della novità. Non c’è novità senza ordinarietà, non vi è capacità di stupore in chi è costantemente alla ricerca di occasioni stupefacenti. Nella quotidianità sta la sapienza della vita.

La sapienza, infatti, «va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro»[4].

[1] B. Pascal, Pensieri, Giunti Editore /Bompiani 2017, pag. 121.

[2] Ibi, pag. 129.

[3] Ibi, pag. 139.

[4] Sap. 6,16.