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Psiche

Psicologia delle emozioni

In terra straniera tra adattamento e integrazione

di ANTONELLA RITACCO*

La condizione del viaggio è una condizione dell’uomo. Si è viaggiatori nella propria vita, la si scopre passo dopo passo, se ne accettano le sfide, se ne vivono le avventure. E c’è un viaggio interiore che nel corso della sua vita ciascun uomo è chiamato a fare per incontrarsi e ri-conoscersi, per passare dall’idea che si ha di sé alla conoscenza autentica di sé.

Da questo nuovo incontro con sé stessi nasce la disponibilità ad apprezzare l’incontro con l’altro inteso come individuo e con gli altri intesi come comunità. Senza questo passaggio l’altro rischia di restare estraneo e temuto fino a non riconoscerne né accettarne la cultura, le esperienze e i modi di fare poiché diversi.

La paura di perdere la propria identità

In realtà ciò che più spesso si teme nell’incontro con ciò che è diverso da sé, e quindi anche quando si vive all’estero, è di perdere la propria identità. Ogni viaggio interpella il viaggiatore, e nel trasferimento in un altro stato ci sono dei cambiamenti esterni così radicali necessariamente hanno un riflesso nella dinamica interna della persona.

La percezione della distanza dalle proprie origini cresce e questo diviene via via intollerabile per il proprio ecosistema interno. Si genera una sorta di conflitto tra i motivi che hanno condotto alla decisione di partire ed il bisogno di sopravvivenza del proprio “status quo” interno, quello a cui si era abituati. È una vera è propria crisi, nel senso più positivo del termine, intesa come necessità di una riorganizzazione personale in vista del cambiamento e di un adattamento nel qui ed ora. Le emozioni che ne susseguono delineano delle fasi di passaggio importanti perché si possa avviare il processo di integrazione. Esse possono essere dolore per la separazione, angoscia per la perdita dei propri punti di riferimento, senso di solitudine, paura dell’ignoto, una sensazione di estraneità in un contesto percepito come diverso e non familiare, ma anche di rifiuto o attacco e svalutazione della cultura del posto mentre al contempo si idealizza quella del proprio paese.

Il lento processo dell’integrazione

Esperienze ed emozioni di questo tipo sono all’ordine del giorno nei primi periodi di vita all’estero. Solo quando questi passaggi sono stati attraversati può iniziare il processo di integrazione vero e proprio. Va di fatti precisato che vivere per lungo tempo in un paese straniero, non è di per sé garanzia di integrazione.

L’integrazione è infatti l’esito di un processo lento che altre al superamento di queste fasi dipende anche da diversi altri fattori che possono a loro volta facilitarlo o ostacolarlo.

Un viaggio ed un trasferimento non sono mai davvero pensati del tutto. Ci si mette in cammino verso una meta dove si intravvede del bello e del buono e si mette in conto la disponibilità a perseguire un progetto di studio, di lavoro o del cuore. Ogni volta che c’è un cambiamento il nostro sistema interno di riferimento va in crisi e deve essere riorganizzato. La soddisfazione che si ha dal progetto che si sta perseguendo allevia questa sensazione e le risorse interne della persona si attivano per attuare quello che nella Gestalt viene definito adattamento creativo, cioè quella capacità di reagire attivamente e con soluzioni alternative alla nuova situazione utilizzando le risorse accessibili.

Le predisposizioni personali

Oltre alla motivazione che ha spinto a partire, un ruolo importante viene giocato dalle caratteristiche di personalità e dalla predisposizione personale a spostarsi.

Ci sono persone che fuori dal loro contesto usuale si sentono perse e tendono a rimanere legate al noto che gli da sicurezza. Per queste persone l’esperienza lontano dai propri punti di riferimento è altamente stressante, soprattutto se si è partiti da soli. In questi casi è fondamentale che la persona rielabori la propria situazione di stranieri, la decisione che ha determinato la partenza, per poi poter costruire la propria soluzione di adattamento creativo per il breve e medio termine. Chi ha intenzione di rimanere in modo più o meno stabile necessita di completare il processo di integrazione. Ed esso assumerà una forma o un’altra in base alle caratteristiche della persona.

Altre persone si spostano volentieri ed amano il cambiamento, fanno amicizia con facilità e cercano di calarsi sin da subito nella cultura del posto come meglio possono. Per questa tipologia di persone il rischio da non sottovalutare è quello di costruire relazioni superficiali e mai profonde, che non permetterebbero di sviluppare quel senso di fiducia, di sostegno reciproco e di sostenibilità che le relazioni solide offrono. Il tessuto sociale di riferimento ha e mantiene un ruolo importante, tanto nel paese di origine quanto in quello di destinazione.

Ricrearsi un tessuto sociale e relazionale

Anche un contesto di riferimento supportivo e le risorse personali e ambientali a cui si può accedere sono delle risorse importanti. 

All’inizio sarà importante identificare singole persone di riferimento, fosse anche un insegnante di lingua, un collega o un vicino di casa. Si comincia sempre da uno.

Appena si è in grado di orientarsi si può cominciare ad utilizzare le risorse che si hanno a disposizione nel proprio ambiente o farsi promotori per creare reti professionali, amicali, sociali. Da soli tutto sembra difficile, mettendolo in comune, l’esperienza di chi ci è già passato rende chiaro come queste emozioni e fasi siano solo di passaggio. L’esperienza condivisa, infonde forza, coraggio e sostiene. Sia incontri con altri Ausländer (stranieri), sia con gruppi di connazionali sono un sostegno valido.

Pian piano diventa importante identificare luoghi di aggregazione dove far crescere la propria rete. Le associazioni di connazionali e le numerose Vereinigungen (associazioni) tedesche dove coltivare e condividere hobbies possono essere determinanti per sostenere il processo di adattamento e di inserimento nel tessuto sociale.

Le prime permettono di non perdere del tutto il legame con le proprie origini, fanno sperimentare di “potersi sentire a casa” anche in un paese estero. Le seconde consentono di creare legami con le persone del posto.

Le prime sono di fondamentale importanza per l’inserimento e l’adattamento, le seconde, pur non essendo garanzia di per sé stesse di integrazione, ne possono sostenere il processo.

L’integrazione, sebbene sia un processo lungo, è quello che permette di vivere nel nuovo paese senza sentirsi ospiti, sentendosi anche qui a casa.

Ma affinché esso giunga a buon fine è necessario ricordare che esso non è unilaterale e che si accompagna ad un lento lavorio interno. Né la personale volontà di integrazione né la sola accoglienza del popolo ospitante ne possono determinare il buon esito, bensì la sinergia tra l’uno e l’altro.

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*Psicoterapeuta. Per approfondire o saperne di più, scrivi a: antonellaritacco@gmail.com