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Standpunkt

Novembre, il mese dei morti

Vivere anche nella morte

di MONICA CANTIANI

“Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà” Sei tra sostantivi e verbi che meriterebbero singole riflessioni e analisi per quanto sono densi di significato e interpretazioni.

Prendiamo la frase nel suo complesso. Tutto è retto da un verbo che ci colloca in due movimenti, anzi in un movimento e in uno stare fermi.

La risurrezione dei morti

L’attesa è nello stesso momento un fermarsi per accogliere quello che verrà e un «tendere a» quindi muoversi verso qualcosa. Potremmo dire che è un fermarsi avendo però lo sguardo, il corpo, l’anima esclusivamente in una direzione. La volontà di andare in una direzione. Quale?

Quella dell’essere felici, dell’avere la gioia in noi, quella stessa gioia di Gesù come dice Giovanni  15,11 «..la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Per questo siamo stati creati, per questo Gesù è vissuto fino alla sua piena umanizzazione.

Quindi attendere la resurrezione: dei morti perché in modo misterioso –  e possiamo dire solo questo sul come avverrà perché nulla di quello che sarà dopo la morte è descrivibile, è ipotizzabile da noi che viviamo in dimensioni spazio-temporali ancora finite e limitate – tutto risorgerà a nuova vita, tutto il creato sarà “di nuovo” e sarà tutto in tutti.

La risurrezione dei vivi

Tuttavia c’è anche la resurrezione dei vivi, di chi ancora cammina nel qui e ora. Quella resurrezione che si compie ogni volta che quanto di divino c’è in ogni uomo e ogni donna, in ogni bambino e in ogni vecchio, in ogni bianco, nero, giallo, rosso, in ciascun essere vivente insomma, porti ognuno nell’amore, al di là della paura, a partecipare al nuovo essere che Gesù ha instaurato. Quel divino che porta ognuno a riconoscere lo stesso divino nell’altro, chiunque altro, e che ci rende così fratelli.

Fratelli e quindi scambievoli di amore profondo e incondizionato. «Da questo vi riconosceranno se avete amore gli uni per gli altri». Questa è risurrezione, secondo me, questa è rinascita, giorno per giorno, giorno dopo giorno. Resurrezione qui e ora, in questo cammino terreno, l’unico che possiamo conoscere, pensare, su cui possiamo lavorare, in cui possiamo spenderci.

Con quale mezzo, con quale arma? Solo con l’amore. Per gli altri e  per noi. E tramite l’amore per gli altri amare Dio. Tuttavia sempre nel qui e ora. L’unica dimensione che ci è possibile capire e sperimentare.

L’amore, pezzo di eternità

Anche la seconda parte della frase, secondo me, va letta in questa ottica. La vita del mondo che verrà ci è sconosciuta. Siamo stati creati per vivere in questo mondo, per esserne custodi (Genesi 2) e per avere una vita piena e sovrabbondante nel creato e con i fratelli. Quando questa vita in questo mondo ci renderà pienamente umani e quindi la somiglianza con Dio sarà piena, come lo è stata per Gesù, potremo capire e sperimentare la gioia di Gesù, la potenza salvifica dell’amore che lui provava per chiunque incontrasse nel suo cammino. Ogni volta che amiamo di quell’amore lì, sperimentiamo un pezzetto di vita eterna.

Ogni volta che amiamo di quell’amore lì sperimentiamo che cosa vuol dire comunione dei santi. Perché se abbiamo amato i nostri cari di quell’amore, niente e nessuno ci potrà staccare dalla relazione con loro. Nemmeno la morte.  Perché sapremo sentirli in noi e con noi anche se noi siamo nel qui e ora e loro nel ‘chissà dove e quando’. Perché l’amore sarà un ponte che lega il nostro essere qui con il loro essere là. Quindi noi staremo già in parte sperimentando una vita altra e completa e  loro continueranno a camminare con noi in questa .

Perché l’amore fa rinascere, fa risorgere, fa vivere, ci fa incontrare, ci tiene uniti. Perché l’amore è vita, anche nella morte.