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Agorà

Buon anno: perché e per chi

Per un anno migliore

di AUGUSTO FUMAGALLI*

«Speriamo che quest’anno sia migliore». È un augurio che ci facciamo puntualmente quasi sempre all’inizio di un anno nuovo. Esso, in realtà, non nasce da una positività o dalla gioia, bensì da una lamentela, da una tristezza diffusa a motivo di una mancata realizzazione delle nostre attese, o  da avvenimenti negativi che hanno contraddistinto il nostro anno. 

Molte volte queste tristezza e insoddisfazione possono avere un fondamento reale, oggettivo, come nel caso della morte improvvisa di un caro, della perdita di lavoro, della fine di una relazione amorosa… 

Vivere ogni momento come un evento irrepetibile

Le vie che si aprono sono però due: quella della lamentela e quella dell’espediente. A questo riguardo è utile citare la Repubblica di Platone in cui egli paragona la vita dell’uomo ad un gioco di dadi: 

L’addolorarsi ostacola proprio ciò che in questi momenti deve venire al più presto in nostro aiuto, ossia il deliberare su ciò che è accaduto, e come nel gioco di dadi disporre le proprie mosse in rapporto ai numeri usciti, seguendo le migliori scelte razionali, invece di fare come i bambini, che quando hanno inciampato si stringono la parte colpita e continuano a strillare; si tratta invece di abituare l’anima in ogni caso a dedicarsi al più presto a curare e ristabilire la parte malata in seguito alla caduta, sostituendo la lamentazione con la terapia medica.

L’invito che Platone rivolge in questo testo è quello di non lasciarsi vincere dagli accadimenti della vita, ma di cogliere ogni evento, anche il più doloroso e nefasto, come un’occasione: la vita ci pone inevitabilmente di fronte a delle salite, ci porta alle pendici di un monte che ci appare insormontabile, ma e solo se affrontiamo la fatica della scalata che possiamo raggiungere la vetta e da qui ammirare estasiati il panorama. Di fronte alle difficoltà e alle sfide della vita, saggio è colui che vede queste non come ostacoli inaggirabili, bensì come occasioni propizie. La scelta è dunque quella tra due modi differenti di guardare al tempo della vita: Chronos e Kairos. La prima indica il tempo come consequenziale, il passare indifferenziato e cadenzato di secondi, minuti, ore e giorni; la seconda accezione indica invece il “momento favorevole”, quell’occasione propizia che può segnare la svolta in positivo della nostra esistenza: Platone vuole spronare i suoi lettori ad un approccio cairologico alla vita. 

La “mancanza” come forza di vita

Nel Simposio, il dialogo che tratta di Eros, esso viene definito come figlio di Penìa e Poros, che tradotti significano “mancanza” ed “espediente”: Eros è colui che sperimenta una mancanza, un’insoddisfazione e si ingegna per rispondere ad essa, ma senza riuscirvi mai completamente. Eros è simbolo di colui che, nonostante senta un vuoto che sa che resterà mai pienamente colmato, sa cogliere questa mancanza come occasione favorevole e la fa diventare la propria forza. Non a caso Eros è indicato come emblema del filosofo, cioè di colui che decide di intraprendere una ricerca, pur sapendo che la meta cui mira resterà irraggiungibile; amico della sapienza è dunque colui che sa cogliere ogni istante della vita come kairos, ossia come occasione propizia. Qui, credo, sta il segreto del “vivere con filosofia”, nel vivere cogliendo ogni secondo della nostra esistenza come momento favorevole. 

*Se vuoi scrivere all’autore: augusto.fuma@gmail.com