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III domenica di quaresima C

Tempo da non buttar via

di SERGIO ROTASPERTI

In quel tempo1 si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». 8Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai»». (Lc 13,1-9)

 

Gesù prende spunto dai fatti di cronaca nera e dalla comune interpretazione che la gente offre, allo scopo di invitare i suoi interlocutori a cambiare atteggiamento nel modo di pensare e di agire. Prima di tutto è narrato un atto di repressione di Pilato, come era solito fare in ordine di mantenere l’ordine pubblico. Oltre ciò il testo riporta il fatto di cronaca nera che ha colpito 18 operai, morti sul lavoro. Un fatto che sconvolge sicuramente gli abitanti di Gerusalemme e dintorni.

Gesù prima di tutto sbarazza l’opinione comune di allora secondo la quale, se la gente muore, è perché avevano fatto qualcosa di male. Le disgrazie non sono mai un castigo di Dio. Questo va anche ribadito e detto oggi, quando davanti alla violenza, alle disgrazie, alla morte degli innocenti, a cose assurde leghiamo tutto alla responsabilità di Dio o imprechiamo perché Dio non interviene. Bisogna evitare di giungere a superficiali e frettolose conclusioni sull´esistenza di Dio e sulla sua effettiva onnipotenza. Dio non salva dalla morte, ma la condivide con noi; Dio non ci guarisce dalla sofferenza ma come buon samaritano si si fa accanto ad ogni uomo  piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l´olio della consolazione e il vino della speranza. Gesù ha sofferto ed è morto, ci è passato in mezzo per dirci che l’ultima parola nella nostra esistenza, non è mai la sofferenza e la morte ma la vita.

Ma Gesù ci fa fare un ulteriore passo. Raccontando la parabola del fico sterile ribadisce ai suoi interlocutori il concetto che l’uomo deve sfruttare il tempo che ha a disposizone  per convertirsi e portare frutto. In altri termini, convertirsi significa credere che Dio è presenza costante nella vita che ci offre un cammino di liberazione e salvezza (Es 3,1-8.13-15), poiché egli si è chinato sulle nostre sofferenze, ha avuto compassione e ci vuole donare vita e libertà. Che significa portare frutto poi, ognuno si deve interrogare personalmente: siamo piante diverse con talenti diversi. La pazienza di Dio è la possibilità offerta ad ognuno di noi perche ritroviamo il senso di quello che facciamo, vivendo una vita piena e felice.