Comunità Italiana Freiburg |

Agorà

Tu sarai madre – Seconda parte

di AUGUSTO FUMAGALLI

Riprendiamo la nostra rilettura del racconto dell’Annunciazione, dopo aver guadagnato il ruolo della responsabilità per altro nel determinarsi dell’esistenza.

L’angelo attende una risposta (responsum): “eccomi” dirà la giovane. Di fronte a quest’alterità che ha scardinato la finestra dell’esistenza di Maria, che le ha annunciato che sarà madre, ella offre la sua piena disponibilità e la sua totale responsabilità. Forse non ha ben compreso tutte le modalità di quel che sarà il suo essere madre, ma accoglie l’invito alla responsabilità, la sua vita stessa si fa risposta responsabile.

Gabriele l’aveva apostrofata “piena di grazia”, quella charis (termine greco per indicare la grazia) che evoca un’allitterazione con kairos: è in questa quotidianità scardinata che si mostra la bellezza di un’esistenza che può essere, solo perché soggetta ad Altri. Un momento favorevole che decentra il soggetto: contrariamente a quanto si può normalmente ritenere, il kairos (istante opportuno), l’istante della charis consiste proprio in uno spodestare la propria autonomia, la propria pretesa egotica. “Questo è il tempo idoneo alla mia riuscita!” si pensa; ma questa riuscita non consiste in un im-porsi del soggetto, in un affermare la propria autonomia/libertà/grandezza, bensì nel de-porsi, nel non avanzare pretese assolutistiche per rendersi invece disponibili verso l’altro: “siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare”.

Proprio nell’apertura all’anziana parente si colloca la contemporanea apertura ad un Infinito che travalica, che scardina la finitudine della giovane donna. Infinito che in quel “Χαῖρε, κεχαριτωμένη” invita Maria a “rallegrarsi della grazia di cui è piena”, quasi a dire: “riscopri il fondamento della tua identità”, che non è un essere autocentrato, bensì un’Alterità, questa grazia che ti riempie. Questa riconoscimento dell’Alterità fondativa (che fonda/permette l’esistenza, pone in essere) passa necessariamente attraverso il riconoscimento della responsabilità verso Elisabetta: in questo scardinarsi di Maria, totale cessazione di ogni pretesa di dominio su di sé, sta la possibilità di rivelazione dell’Infinito nel finito. È nella frattura di un io che vuole dominare ogni cosa che fa il proprio ingresso l’Infinito, nella semplicità di una ragazza che non possiede quell’istinto adamitico per un sapere assoluto, nel decentramento dell’io di Maria che non avanza pretese auto-rassicuranti, ma pronuncia una sola parola, parola di servizio.

“Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Una risposta che esprime servizio e fiducia, che riconosce l’alterità di un Infinito che solo può dare pieno compimento e senso alla propria vita. Si fida di questo annuncio, di questa Parola: non vuole perseguire i propri piani di vita (chissà quanti ne aveva, come ogni ragazza o ragazzo), ma si fida e si rende responsabile, capace di risposta. In questo “eccomi” sta il segno di un baricentro anticipatamente scardinato, confermato nell’accoglienza di questa proposta di vita, il segno di un’esistenza non solipsistica. Solo così l’Infinito può abitare la storia, il Libro sull’inginocchiatoio continuare ad accogliere pagine: nel deporsi (e non porsi o imporsi) dell’uomo, facendosi capace di servizio, del farsi carico dell’altro.