Vegliare è amare l’attesa
Prima domenica di Avvento A
La Colletta della prima domenica di avvento cosi dice: «O Dio… donaci uno spirito vigilante, perché camminando sulle tue vie di pace, possiamo andare incontro al Signore». In queste tre azioni –vegliare, camminare, andare incontro – c’è tutto il segreto di questo tempo che ci prepara al Natale.
Il Vangelo inizia con un appello che ci scuote: «Vegliate!». Ma perché? Gesù fa una diagnosi precisissima del nostro cuore usando l’immagine dei giorni di Noè. Rileggendo quel passo, sentiamo un brivido. Gesù non dice che quella gente fosse cattiva. Dice semplicemente che «mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito». Facevano le cose più normali del mondo. Il loro dramma non era la malvagità, ma l’indifferenza. Erano persone “sedute”, schiacciate sul presente e su se stesse.
Ecco il primo punto: vegliare non significa stare insonni la notte, ma significa ribellarsi a questa vita piatta. Significa accorgersi che la realtà non finisce con quello che vedo e tocco.
Ma una volta svegli, cosa dobbiamo fare? Non possiamo restare fermi. La Colletta ci dice: «camminando sulle tue vie».
Qui ci viene in soccorso la splendida visione di Isaia nella prima lettura. Mentre la gente di Noè era ferma, chiusa nel proprio guscio, Isaia vede un popolo in movimento. Vede un fiume di gente che fa una cosa miracolosa: scorre al contrario, risale la montagna verso il Signore. L’Avvento è proprio questo: la forza dello Spirito che ci fa risalire la corrente insieme. Isaia sente le persone dirsi l’un l’altro: «Venite, saliamo!». L’indifferenza ci isola; la vigilanza crea comunione.
È solo tenendo insieme il Vangelo e Isaia – la sveglia e il cammino – che capiamo l’immagine misteriosa che Gesù ci lascia alla fine: «Due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne alla mola: una presa, l’altra lasciata».
Guardateli bene: esteriormente questi uomini e donne sono identici. Fanno gli stessi gesti, subiscono la stessa fatica. Dio non ci chiede di uscire dal mondo o di smettere di lavorare per aspettarlo. E attenzione: questo testo non vuole parlarci di predestinazione, né vuole incuterci terrore per un destino cieco. Al contrario, il Vangelo vuole renderci persone consapevoli. Ci dice che sì, il Signore verrà all’improvviso, ma il giudizio sulla nostra vita non sarà una lotteria: si decide adesso. È nel come viviamo la vita feriale che si gioca il nostro destino eterno.
Il Signore verrà. Non sappiamo quando, ma verrà. E quello sarà il momento della verità, che svelerà se abbiamo vissuto da addormentati o da innamorati in attesa.
Concludo tornando alla preghiera iniziale. Abbiamo chiesto di camminare sulle «vie della pace». Vegliare, in concreto, significa trasformare i nostri conflitti in occasioni di pace. Significa prendere le “spade” che abbiamo nel cuore – quel rancore verso un parente, quella parola tagliente pronta per un collega, quell’amarezza che ci avvelena – e trasformarle in strumenti di bene.
Se facciamo questo, non saremo come la gente al tempo di Noè, né come l’uomo “lasciato” nel campo. Saremo uomini e donne che, anche nel traffico, in ufficio o in cucina, stanno scalando la montagna di Dio. Non lasciamoci trovare addormentati. Il Signore viene per darci vita, e vita in abbondanza.

